Dormiveglia

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Posa uno specchio infinito sotto il cielo. E, passo dopo passo, scoprirai di camminare sul filo dell’orizzonte.

In quale dei due riflessi abiti? – Le parole del cielo si adagiarono caute sul suo lobo, come una culla di ragno sfaldata. – Quello di sopra, che cammina stabile, o quello di sotto, che pende?

Non rispondeva; lo sguardo era svanito sull’orizzonte. – Osserva il ghigno del tuo capo-volto, quando hai troppa fiducia nel tuo equilibrio. Osserva bene il suo profilo: è convinto anche lui di camminare sopra.

   Coi piedi scalzi continuava a percorrere la superficie gelata del vetro mentre il disco dorato del sole veniva inghiottito dall’orizzonte. La sua volta celeste iniziò a raffreddarsi dentro una brina cerulea sospesa.

Di sotto invece albeggiava. E il ghigno dell’uomo riflesso si scolpiva di luce. Per un attimo gli occhi dei due uomini capovolti si incrociarono. Quello che stava sopra, dentro al cielo che imbruniva, distolse subito lo sguardo.

Con la stessa lentezza la falce serena della Luna sgusciò adagio verso l’alto, trascinandosi dietro il suo cuscino di seta chiara. – Cosa hai da ridere Tu? – Si rivolse alla nuova arrivata.

La Luna, indifferente, perpetuava adagio. Rumore d’inciampi in veranda.

Il fruscio di quei mondi simmetrici si dissolse in un attimo; il ghigno luminoso della luna, stampato sul soffitto, fu assorbito fra le crepe. Tutto quel frastuono onirico venne aspirato via, lungo le sue orecchie, come un fischio d’aria ingoiato dal silenzio.

Gli occhi cigolarono un po’, per riprendere agilità, e soprattutto per tentare di spazzare via gli ultimi residui di Luna, ancora fragile e fioca sopra l’intonaco. – In quale dei due riflessi abiti? – Continuava a chiedersi nei pensieri. Ricordava quella voce doppia, tripla, o forse più, dal tono scivoloso e ineffabile. L’aveva già sentita, probabilmente in un altro sogno. Ma si concentrò sui rumori in veranda. Quel tonfo adesso era seguito da piccoli fruscii.

Qualcosa sfiorò una scatola, proprio in quell’istante. E una vampata pungente di terrore partì dal diaframma, calcandolo da capo a piedi.

Tirò su la coperta fin sotto gli occhi.

La paura più irrazionale si prova quasi sempre subito dopo aver sognato, quando la mente è ancora un po’ delicata, sgualcita, simile ai petali di un papavero. Come se a giocarci fossero state proprio quelle entità spiritate della coscienza. Esseri effimeri, che hanno ali delicate come farfalle (le uniche, infatti, in grado di fecondare i papaveri). Silenzio, passarono alcuni minuti, e la sua testa poté riacquistare la sua abituale razionalità.

Ripose le coperte sotto i gomiti e decise di alzarsi. Percorse la stanza, trascinandosi fra le ciabatte, fino alla cucina e poi alla veranda.

Con le luci accese tutto era quieto e quotidiano. Mino lo osservava con i suoi occhi grandi di gattino accanto alle ciotole vuote. Riempì una di croccantini, accarezzò il suo pelo nuovo, morbidissimo, mentre fuori la luce rugginosa dei lampioni scarabocchiava vagamente sopra gli abeti.

Quegli alberi ondeggianti – si soffermò un attimo sulle loro mani tentatrici – parevano ventose per gli occhi. Manipolatorie e ipnotiche.

Realizzò quanto fosse amabile contemplare il terrore da lontano.

Spostò lo sguardo più in alto dove i colori raggelavano. Quel ghigno era sospeso tra vapori perlacei. Rimasero immobili ad osservarsi l’un l’altro.

Il bisbiglio fresco della notte rabbrividiva sulle case, marciando fra le carte della strada, fra le dita sottili degli alberi. S’incanalò dentro le sue narici, gonfiando enormemente il petto. – Sei tu il riflesso! – Gridò improvvisamente alla Luna. E in un attimo quelle parole furono inghiottite dal buio.

Lo sanno tutti che quella luce non è tua, riprese poi fra sé e sé, continuando a fissarla con aria di sfida. La Luna non rispondeva, immobile e impenetrabile, pareva accettare la sua sconfitta.

Spense la luce della veranda. Pose la busta dei croccantini sopra la mensola, quando un lieve scoppiettio giunse alle sue orecchie. Non sembravano ruote sull’asfalto, né il tremolio della brezza. Piuttosto uno scroscio crescente, cinguettante e ovattato.

Il corpo rimase rigido con le spalle alla finestra. Proveniva dall’esterno. Era insolito, era notte. Qualcuno annaffiava? Si affacciò nuovamente.

Dovette stropicciarsi gli occhi per molti minuti prima di accettarlo realmente. La luna gocciolava.

Quel satellite, per quanto distinto e reale, cominciava proprio a colare sulla terra. Lacrime sporche si staccavano una dopo l’altra, sempre più veloci, sempre più numerose. Presto uno scroscio, una cascata, si riversò rumorosamente fra le case lontane, inondando ogni strada, travolgendo alberi e macchine.

Uno stupore paralizzante prese a fissarlo bene a terra.

Gli occhi rimanevano sospesi su quella fessura, come una falla, del cielo che vomitava sopra le case umane. Era talmente assurdo pensare di scappare. Sotto la montagna cominciò a distinguere serpenti furiosi di fanghiglia. Gli edifici parevano sciogliersi una volta travolti, come in un acido molto potente; così gli abeti, si infiammavano e poi affondavano, esausti.

La città andava spianandosi e presto la marea avrebbe raggiunto anche le sue mura. Guardò attentamente l’onda anomala che lo puntava, quella bocca crepitante, schiumosa di putrido. E d’un tratto, una sensazione inaspettata prese il sopravvento sulla paura. Riconobbe una certa familiarità in mezzo a quel furore, come un calore masochista che lo aveva già travolto un tempo. Se non una volta, molte altre, ma l’ultima che ricordava era stata distruttiva.

Quel giorno. Due ultimi rantoli lievi. E non era stato tanto il colpo di vederlo morire accanto, in un modo tanto doloroso, a perseguitarlo nei giorni successivi alla sua morte, quanto piuttosto il suo ricordo, il ricordo di aver ricordato così bene l’ultimo respiro rumoroso. Il suo piccolo Mino. Lo aveva visto trafiggere tre, quattro volte dalle siringhe, due dritte dentro il cuore, prima che potesse soffrire ancora. Da mesi non riascoltava più quel suono nel registratore della sua memoria.

D’altronde era naturale lasciar sbiadire le parti peggiori del proprio nastro, no?

Eppure adesso c’era l’onda. E l’inspiegabile crudeltà del suo rantolo; quel suono…come un fiume acido di nuovo bruciava le vene, gli affogava il cuore, cuoceva la sua angoscia fra le percosse furiose.

Eccola, si stava avvicinando, con tutto quel dolore; scioglieva il mondo negando ogni profilo. Si voltò velocemente, verso il basso: Mino non c’era, non c’era mai stato, la ciotola era piena. Chiuse gli occhi giusto in tempo per essere travolto.

L’onda si riversò in casa e fu scaraventato a terra. Il liquido caldo sfrigolava sul pigiama. Aprì gli occhi. Intorno solo il mare fangoso e spianante; il suo corpo era disteso su un pezzo di cemento eretto sopra l’acqua, l’unico rimasto intero, un angolo di casa con finestra, tutto appoggiato a ruderi barcollanti. Si alzò, trattenendosi a ciò che rimaneva della sua finestra. Dentro a quella cornice la luna rideva, era più alta e aveva finito di gocciolare. Rimase a guardare il paesaggio increspato, il colore d’angoscia e la schiuma tremolante, accesi a tratti dal riflesso del suo biancore. Alle sue spalle invece il nero assoluto, una bocca infinita da cui provenivano solamente aliti maleodoranti ed echi di morti lontane; l’orizzonte era scomparso.

Della montagna era rimasta solo una punta levigata, una collinetta col profilo cedevole, sinuoso. Ricordava una balena spiaggiata.

D’un tratto un movimento guizzò proprio là sopra.

Strizzò gli occhi fino a renderli una fessura.

Un corpo lontano e scuro si muoveva sopra l’acqua, pareva fluttuare.

Lentamente scese la collina.

Presto cominciò a definire le sue forme, rabbrividì quando riconobbe che non stava volando sull’acqua, ma ci scivolava sopra, sfruttando una serie infinita di gambe sottili, quasi impercettibili, che sfioravano la superficie senza attraversarla. E la forma del corpo era altrettanto sconvolgente, visto che non aveva alcuna simmetria, né organicità. Era piuttosto un ammasso irrazionale di strutture e sagome con consistenze differenti. Da solidi regolari a sinuosi grovigli, a costruzioni meccaniche terminanti in tessuti organici, in parte fluidi. Masse impalpabili di vapori scuri e scheletri legnosi, eretti verso l’alto. Tutto si muoveva e traballava rumorosamente, slittando sulle onde.

Non ci mise molto a raggiungere la sua finestra. Da vicino il rumore era terribile. Quella macchina frastornante cominciò a sputare fuori un materiale molle, filamentoso, e con le zampe sottili prese a tessere ad un angolo della sua finestra.

Tremava dentro al suo pigiama. Non riusciva a capacitarsi di ciò che stava accadendo. L’essere plasmava velocemente, allontanandosi gradualmente da lui. Aveva trovato un punto d’appoggio, ma per cosa?

[continua…]

Un racconto distruttivo come questo Marzo 2013. Ispirato al fiume Bisenzio in piena, alla leggenda del Ponte del Diavolo di Cividale (http://it.wikipedia.org/wiki/Ponte_del_Diavolo_%28Cividale_del_Friuli%29), alle mie angosce, alla mia coscienza; e in ricordo del mio piccolo Mino.

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27 risposte a “Dormiveglia

  1. Molti dei tuoi racconti sono pugni dritti nello stomaco, solo che hai la capacità di comporre una prosa che, anziché cacciare l’aria dai polmoni d’un unico tratto, la fanno scivolar via a poco a poco, cosicché il lettore si ritrova a non respirare senza accorgersene. Proprio come alcuni personaggi da te descritti, che comprendo la propria condizione sospesa durante la caduta. Riesce a tracciare le parole come una tela filata a poco a poco attorno al lettore, una nebbia che sale progressivamente, che prima illude e poi ottunde. Complimenti, davvero!

  2. Pingback: La Dormiveglia, parte 2 | Rebecca Lena Stories·

  3. Bello, richiede molta attenzione (almeno da parte mia) per essere seguito, ma bello!
    C’e’ anche un po’ di Alice nel Paese delle Meraviglie o sbaglio?
    em.il.

      • Era piu’ che altro una sensazione, datami dai mondi “riflessi” e dalla luna piangente. Un richiamo piu’ filosofico che letterario, ma forse presente nella mia mente piuttosto che nel tuo scritto (che a una seconda lettura diviene ancora piu’ apprezzabile).
        ;-)
        PS scusa per gli apostrofi al posto degli accenti ma uso una tastiera non italiana…

  4. vulpis et draco delle favole di fedro (il testo scolorito della foto, se non vado errato…).
    : )
    per il resto, lo specchio infinito – in quale abiti? – pare riflettere il mondo onirico in quello reale e viceversa. palcoscenico vagamente philpdickiano nel senso, ma più poetico e ricercato nello stile.
    proseguo.

  5. È una prosa poetica, che procede per sensazioni interiori e oscure dove ognuno di noi può ritrovare qualcosa di sé e capire a livello soggettivo. Scritto bene davvero. Grazie, cara Rebecca, per i tuoi vari “mi piace” così generosamente sparsi sul mio blog. Anche i tuoi scritti mi piacciono: brava.

  6. Ho letto questo testo, tra i tanti, per puro caso. Scelto d’istinto. Trovo che le emozioni che ti hanno spinto a scriverlo possano essere giudicate solo da te stessa, ma di certo hai saputo trasmettere altre emozioni a chi, come me, lo ha letto. E nel mio caso, sono piacevoli in riferimento alla certezza che esistano persone, come te, che hanno amore per la letteratura.
    Un sincero ringraziamento e sentiti complimenti.
    .

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