Fuga

Fiutare una traccia di parole non scritte. 

L`odore di solchi – futuri e remoti – scuce il capo fin sopra le nubi, a inseguire scie, abbandonate le membra laggiù, in attesa. Si fa mongolfiera quel volto fuggito, intanto il vento leviga il mondo e non se ne cura. 

Si salpa più in alto, dove le crepe del tempo sbuffano lampi e sillabe chiare. Si immerge il volto, le fessure stridono e le vocali inquiete urtano la pelle con un formicolio d’oro, ancora larve di suono.

Saziano subito, e non serve masticare o riformulare, basta ingoiare senza pretesa di controllo, i segni si mescolano nel gorgoglio del palato e si fanno sillabe, parole e discorsi e pensiero, e il pensiero si inebria e perde il senso della comodità o del conforto, si fa denso di testura e poi implode, ancora, con perdita di massa delle parole, – nuovamente – sillabe, vocali, segni, e infine nullità assoluta, elettrica, sospesa nel movimento ellittico di qualcosa, che non so affatto, che forse è l’essere in vita; il vivere stesso: l’inspiegabile maelstrom nero senza alcun desiderio di sosta. 

Così l’involucro di pelle si fa teso, turgido e incosciente, per poi collassare, perdere lo sguardo fra le pieghe, e di nuovo: ancora ripido respiro di follie. É polmone di bellezza, elastico.

I segni si fanno schioppi come funi in tempesta, i sibili, intima gelosia, sono incagliati nella gola che ha paura di pronunciare. Niente si deve pronunciare, tutto è ostaggio dei i denti e della lingua e guai a lasciarli andare. Leggere senza leggere, tutto è traccia di ciò che ancora non è stato scritto, a labbra serrate, mai mescolare le corde vocali. Il silenzio è più ebbro.

Ma il piacere si conclude, l’imprevisto timore – la ragione – di aver perso l’ultima cima, quella che riconduce l’errante in volo al corpo-ancora, ancora ritto e immobile, dove il vento lima le cose del suolo. Si cercano i residui, forse una corda sottile è ancora tesa. Si torna indietro a fatica, la pelle del volto di nuovo grave. 

Lento e traumatico è il ritorno al corpo.

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16 risposte a “Fuga

  1. Ogni ritorno da un sé misterioso e profondo è stupore che il corpo accoglie, delusione del non essere sempre appieno ma superficie e mediazione mentre già manca la pienezza.

      • Di noi c’è la sostanza calda che fa vivere e che interagisce con il mondo interiore, essa è il coacervo e concentrato d’ogni sentire, insomma il vivere a cui nessuno specchio riesce a dare forma. Del corpo servirebbe ricordare che è membrana osmotica, recettore, offerta e richiesta ad altro corpo che ha corrispondenza. Così non c’è un ritorno ma un viaggiare comune che include l’andare e il tornare.

  2. Non lasci mai indifferente il lettore. Visto il tuo strumento, si può dire che sei come Charles Mingus, anche quando non vai al massimo (e questa non è una delle tue cose migliori benché le ultime cinque righe siano sublimi) riesci comunque ad accendere emozioni forti. Grande Rebecca Mingus.
    Lucio

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