Col vento

Il peso del petto, mi rifugio nei pensieri di spasmi di foglie, nelle macchie inaspettate dei lampioni.  Il vento. Tutto scuote, ma scavo una fossa nel suolo. Il buio e il pube del bosco, il mio bisbigliare assorbito da quelle foglie, insalivate; e lo sento: l’inumidirsi della parola nella deglutizione del vespro. La buca di terra è confortevole.

Vorrei occhi che possano nascondermi al moto delle cose.

Ma, seppellito il corpo a metà, forse mi preparo, immemore, alla separazione da quelle cose; l’allontanarsi, che è il progressivo aumento d’una distanza fra me ed un (s)oggetto qualunque, ad una velocità costante. Preferisco l’ombra solida e il non vedere, per poter delineare meglio qualsiasi cosa informe, che è il sentire. La forma della vacuità.

Gli spazi vuoti mi rendono leggero. Quei segni – che componevano il mio significare – riemergono e si spargono col vento. Forse divengo scrittura nuova, incomprensibile, per adesso.

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16 risposte a “Col vento

  1. In penombra ombra sgombra e lucida appare la nuova via.
    Resti forse muta e volgi il passo lentamente alla luce per timore di ardere.
    Rimani in disparte in parte per parte solo per capire se è tempo di scoprirsi o trattenersi ancora un po’ in quel buio confortante, mentre vigile lo sguardo scova nelle luci nuove ripartenze.

  2. Ho letto da poco “Il cammino di mezzo” di Nagarjuna, per questo stavolta non poteva non pungermi la parola “vacuità”, apparsa così puntuale tra il frascame delle altre. In quello che scrivi incontro sempre qualcosa che mi punge, se non suonasse lezioso direi “un punto che mi punge”, intendendo così il punctum di Barthes, quella discontinuità controtempo che d’un tratto dismaglia e buca la trama dello studium. In te non importa la forma generale (poesia, prosa e vari altri gradi d’im-postura) ma la presenza cruciale di quel punctum. È quello il chiodo voluttuoso che si configge in chi legge, l’oggettività stupefacente della tua emozione.
    Quando scrivi sei la mia fotografa preferita :-)

  3. (Te lo scrivo tra parentesi perché vorrei lo leggessi solo tu, anche se qui è visibile ad altri. Negli ultimi anni ho sentito crescere in me la nostalgia della trasparenza, quell’unico seme autentico, ancorato al fondale, come scrivi tu. Ora è la mia idea fissa, la trasparenza immobile, che abita il futuro a velocità infinita. Sentendomi trasparente, manifestarmi mi contraddice, ma per te voglio fare un’eccezione. Stanotte ti ho sognata. È la seconda volta. La prima è stata in primavera, un sogno lungo, articolato. Stanotte, invece, un piccolo sogno di poche parole. Io ti chiedevo se volevi aiutarmi a prenderci cura di un bosco, e tu mi dicevi di sì.)

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