Lettera ad un passante che salvai in sogno

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Caro passante,

non so come sono giunta fino a questo punto, seduta su una tribuna di Buti ad aspettare i cavalli del Palio, senza aver dormito, con la testa pesante e gonfia di raffreddore.

Ancora un’ora e mezzo qui da sola (e cinque ore dopo avrei scoperto di essermi sbagliata), fra le panchine  vuote. Per fortuna che c’è il sole che scalda il cappotto.

È questo il momento giusto per sentire il bisogno di te, chiunque tu sia. So che sei qualcosa.

La necessità di inventarti è ancestrale per tutti gli uomini, ma non parlo di Dio, tu sei un uomo in carne e ossa, ti ho assemblato io in ogni pezzo, con le parti di altri uomini o donne, proprio come il santo Nicolao che resuscitò le bambine morte reincollando le loro carni trovate sparse nella botte.

Proprio adesso sto rubando alcuni lembi dalla gente di questo luogo e ti creo, mio caro destinatario.

Già assaporo il momento in cui individuerò il tuo simulacro in una folla qualunque, o in un treno, quando ti porgerò questa lettera con viso impassibile che si scioglierà all’istante, dopo averti dato le spalle.

Ho deciso che hai gli occhiali spessi, proprio come questo signore calabrese che mi sembra tanto gentile nella sua miopia.

Gli occhiali ti induriscono i lineamenti, infatti è come se…

Eccomi di nuovo, cinque giorni dopo. Il palio è lontano, ha vinto San Rocco, ma Pievania era più divertente. In realtà a me i cavalli manco mi piacciono, io amo gli asini, la loro grazia è infinitamente superiore.

Adesso sono chiusa in una stanza bianca illuminata da grossi quadrati di neon.

L’intonaco per metà grigio e le tende azzurre mi ricordano una glaciale quotidianità che appartiene alla mia infanzia. Forse sono in una scuola.

Ero rimasta ai tuoi occhiali spessi. Credo di notare i tuoi occhi solo adesso, mentre riposizioni la montatura chissà dove, chissà quando.

Mi viene da dire, non so da quale parte remota del mio cervello: che ci fai in questo mondo? Tu dovresti essere altrove.

Infatti credo di conoscerti da tempo, mi sembra di averti visto da qualche parte, in un posto strano, un sogno?

Ecco! Mi sono ricordata, era davvero un sogno, la notte del 3 Luglio 2017.

Lo avevo segnato da qualche parte in un quadernino malconcio, voglio raccontartelo brevemente.

Userò il tempo presente come s’addice alla narrazione dei sogni. Inizia così: mi trovo in un paese sconosciuto, davanti all’alimentari c’è una coda molto lunga e pure un certo fermento di festa che trema nell’aria. Sull’insegna, incorniciata da led gialli e rossi, vi è stampata la foto di un ragazzo disteso a letto, morto. È il figlio dei proprietari del negozio, si era sentito male all’improvviso ed era morto quella mattina stessa.

All’interno dell’alimentari il padre taglia spesse fette di prosciutto e prepara panini senza fermarsi, con un ghigno di sgomento e forzata leggerezza.

Non capisco bene il perché di tutta quella gente felice, probabilmente i panini sono gratis per l’occasionale tragedia.

Salgo le scale e raggiungo il morto “esposto” sul letto. Guardo il suo viso grigio, i capelli un po’ incrostati sulla fronte e la pelle sgualcita. Non provo niente, non mi interessa poi così tanto.

Torno nella piazza affollata e scorgo alcuni ragazzini tristi che si ciondolano fra le panchine, sono i suoi amici. Mi avvicino e chiedo informazioni, mi raccontano di lui.

Comincio a passare del tempo con loro, giorni interi, ascolto le loro storie e mi affeziono un po’ al fantasma di quel ragazzo morto che non avevo mai conosciuto. Non ricordo bene cosa mi raccontassero, ma erano prevalentemente avventure forsennate ed esplorazioni boschive.

Passano alcuni mesi, forse abbiamo tutti diciassette anni.

Nel bosco c’è una scarpata di una trentina di metri e un giorno insegno loro a saltare senza morire, non so dov’è che ho imparato questa tecnica, ma so metterla in pratica molto bene: basta sentire la leggerezza all’interno del corpo e la forza di gravità può attenuarsi tanto da rallentare la caduta.

Quel giorno, giunti illesi sul fondo del dirupo, troviamo una costruzione strana, abbandonata, più o meno grande quanto una roulotte, ma molto antica e piena di ingranaggi metallici. Le finestre sono fessure rettangolari con vetro rosso. All’interno troviamo il foglio delle istruzioni: è una nave capace di viaggiare, forse nello spazio? Ci chiediamo.

Il foglio istruzioni è in verità una console di comando, basta scrivere e barrare alcune caselle per partire. Con trepidazione affondiamo una penna su quella carta e la navicella comincia a tremare; abbiamo la sensazione che si stia muovendo ad una velocità inimmaginabile, anche se in nessuna direzione.

In fondo al foglio c’è lo spazio per inserire una data. È una macchina del tempo allora. Io vorrei scrivere 1991, non so bene perché, forse solo per provare una data qualsiasi.

Ma all’improvviso balena a tutti un’idea incredibile. Uno dei ragazzi mi strappa il foglio di mano e scrive: 15 Maggio 2017.

Esattamente due giorni prima la fatidica morte del loro amico.

Dunque siamo catapultati a quel giorno, usciamo dalla navicella e raggiungiamo il paese di corsa.

Il ragazzo è seduto sul letto, vivo.

Tutti lo abbracciano increduli, lui è stupito e non capisce il motivo di tanta euforia. Anche io mi avvicino a lui e lo osservo vivo per la prima volta, lui mi guarda, non mi ha mai vista prima ma sgrana gli occhi.

Passano due giorni, ci raccontiamo storie, non oso rivelare lui il suo destino.

Il giorno 17 Maggio il ragazzo comincia a sentirsi male, i genitori non sanno come curarlo ed io cerco di far capire loro che ha bisogno di fiori di Cistus Laurifolius, noccioli di avocado, polvere di ossa di gabbiano, bozzoli di bachi da seta e burro di mirtillo. Ne sono sicura, ma non so spiegarmi il motivo. Ho come l’intuizione che quel ragazzo sia come un uccellino ferito, molto delicato, e che dunque abbia bisogno di un cibo speciale per sopravvivere.

Cerco disperatamente di procurarmi gli ingredienti necessari alla sua cura, lui nel frattempo continua a peggiorare.

Finalmente li trovo, impasto tutto in una tisana e lo costringo a bere il bicchiere. Mi sveglio.

Non ho mai saputo se lo avessi salvato. Quel dubbio poi si è attenuato negli anni. Eppure tu sei qui, sei lui, io credo, quel ragazzo sdraiato, sei cresciuto. Non ti ricordi più di quando stavi per morire e mi hai conosciuta per due giorni soltanto?

Forse nel delirio della malattia hai dimenticato il mio viso, di quanti lunghi minuti passassi china sul tuo, cercando di farti bere la mia medicina, di quando tu l’hai ingoiata tutta ed io d’un tratto sono svanita.

Adesso sono qui, incastrata fra queste righe, tu mi leggi e non mi vedi, io ti scrivo e non ti vedo, ma so che ci sei come ci sono io, e che un giorno, come me, dovrai pur smettere. Sparire all’improvviso.

Questa lettera altro non è che una macchina del tempo, abbandonata in un bosco inaccessibile. Qui possiamo rifugiarci per esistere più a lungo, cambiare le date dei giorni, viaggiare a velocità inimmaginabili pur restando saldi al mondo.

Sospesi, questo siamo: qui dentro. Le parole sono confortevoli piramidi di senso e di ragione, ma noi possiamo sgusciare oltre fra le fessure, aldilà, fino a diluirci in ciò che non c’è.

Quando ti sentirai debole, insulso, o malato, torna a queste pagine, vaga indietro con me, nel sogno, dove ci siamo salvati senza conoscerci affatto.

Spero tu stia bene adesso.

Tua domatrice di tempo e gravità.

 

 

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12 risposte a “Lettera ad un passante che salvai in sogno

  1. Sono anch’io una sognatrice di veri e propri film e capisco la sensazione di quando un sogno è diventato una storia affascinante, che assume talmente tanta importanza da cambiare la tua vita da sveglia. Gran bel sogno e gran bel finale, qualunque esso sia.

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