Diario del pellegrino

rebecca lena old pic

A pochi giorni dalla partenza per il cammino di Santiago de Compostela ho deciso di pubblicare il mio diario di viaggio dell’anno scorso in cui, partita dalla Toscana, ho percorso circa 730 km a piedi fino in Puglia, con una deviazione finale improvvisa.

17 Luglio 2018

29 Km, San Miniato-Gambassi Terme. Primo giorno di cammino.

Ogni percezione del corpo è amplificata del triplo. Il masticare, l’assaporare il gusto dei cibi diventa più lento e più intenso. L’acqua della doccia sul corpo è piacere ed è come se fosse la prima volta.

Stendersi sul letto è dolcezza calda che sprofonda nel miele.

19 Luglio 2018

Fiume Elsa.

L’estasi del pellegrino

che una glauca

arteria

conduce a divinità.

Io credo che in questo fiume migliaia di pellegrini, immergendovisi, abbiano sentito all’improvviso l’avvicinarsi del corpo a Dio.

20 Luglio 2018

Essere pellegrini sporchi e adoranti è come vivere in una dimensione parallela proiettata nel passato. La percezione dello spazio e del tempo sono dilatate ad un’ampiezza infinita scandita da l’unità di misura più onesta dell’uomo. Il passo. Il piede. La scarpa.

Mi sento rallentata, ogni secondo è intenso e importante.  Tutte le cose su cui la mia vista si può posare sono importanti, definite, chiare e solenni.

Ogni dettaglio d’azione è una bomba esplosiva di suono, odore, dinamica e quindi colmo di energia.

Le mie gambe fanno male, il dolore suscita pesantezza a volte, ma allo stesso tempo tutto dentro di me diventa più leggero. (Si innalza?)

É interessante notare come il contrasto tra “leggero” e “pesante” sia diventato così relativo.
Sento le mie gambe pesanti, eppure sono più leggere. Il mio zaino si appesantisce di cose, ma ogni giorno mi pare più leggero.
La leggerezza, in verità, non è affatto una proprietà negativa, ma anzi, come il “vuoto” è qualcosa di potenzialmente riempibile.
È così che il concetto di “leggero” e il “pesante” si fondono in una sintesi superiore, incomprensibile dal punto di vista semiotico, ma reale, vero, dal punto di vista percettivo.
Il mio cuore è più pesante, eppure si amplifica al suo interno, diventa più cavo per accogliere qualsiasi cosa. 

25 Luglio 2018

Montefiascone. Ore 16, forse. 285 Km percorsi.

(Sulle brandine, io, Elena, Silvia, Stefano e Paolo, gambe abbronzate a settori, piedi bianchissimi.)

L’asfalto nuovo, quello ancora morbido, mi ha sempre ricordato l’odore dei biscotti. Tutto è dovuto alla mia infanzia e a certe estati passate Manfredonia, quando alle cinque in punto un biscottificio dietro casa sfornava vassoi di biscotti. Ci fu un periodo in cui asfaltavano le strade dell’isolato, una ad una, riempiendo il quartiere di una fragranza dolciastra. Il mio naso cominciò presto ad abituarsi all’unione bizzara biscotti-bitume tanto da non capire più se fosse stato l’asfalto ad essere buono o i biscotti ad essere cattivi.
Oggi, appena giunti a Montefiascone, ci siamo imbattuti in una serie di vetture post-incidente che ripulivano la strada. Tra le crepe dell’asfalto si annidavano piccole pozze di liquido rosso e un operaio vi spargeva sabbia fischiettando. La morte ha un lato davvero inaspettato, ho pensato, eppure cosí naturale. Ci sentiamo animali rari ma il mondo ci sorpassa, calpesta le nostre spoglie e spazza via i residui. Camminiamo accanto all’operaio, la sabbia, fischietta, un pappagallo lontano grida al passaggio dei camion. Chiú? Assiuolo esotico.
Dietro la curva invece stanno asfaltando, il suolo è così morbido che la suola sprofonda e quasi si squaglia. Respiro a pieni polmoni, biscotti. 

2 Agosto 2018

460 km, Castel Gandolfo, proseguo da sola.

Pellegrini, piedi bianchi, un santuario, sassi nelle scarpe, stormi che diluiscono il cielo, polvere e ginocchia, uva more e fichi, e piume, dormire, ancora dormire, insieme, sconosciuti in silenzio, lui legge, ali di moscondoro, respiro pesante, un teschio di volpe, cantare da soli, odori nel bosco, scatolette, gatti e formiche, lei stende magliette, una strada infinita, solchi di ruote che portano indietro, il tempo è illusione, lo zaino è casa, perché non piove mai, un canto meraviglioso scioglie gli occhi, lacrime di resina, i pini solitari, rovi ovunque, rovi che incidono lettere d’amore sulle nostre gambe.
Tutti giungono a Roma, ma io riparto da sola, ancora 400 km. A presto compagni di piede. 

4 Agosto 2018

510 km, diciottesimo giorno di cammino.
Grillo ali blu declama l’iniziale del mio nome, il falco padrone perlustra l’oliveto con qualche grido, le farfalle hanno la coda.
Ieri mi sono inumidita le ossa passando per Nemi, nemum bosco sacro, il bosco di Diana, là ho amato due lupi, uno dei due mi ha guardata dritta negli occhi con le sue iridi di vetro, di colpo ha tuonato. Il temporale mi ha seguita, ieri, ma non mi ha presa. 
C’è qualcosa di agro nel tuono, un’ansia che prude, sotto allo sterno, mista ad attrazione e a timore. Il rumore del temporale piace a tutti, non a me. O forse sì, ma è un amore strano, primordiale e pericoloso.
Oggi invece ho incontrato una tartaruga d’acqua dolce, quando l’ho presa fra le mani lei ha messo la testa fuori, mi ha guardata rettile dentro agli occhi, curiosa e terrorizzata. Di colpo ho sentito i lampi. L’ho lasciata andare per proseguire.
Pensavo che il cammino rendesse più umani e invece divento piú animale.
O forse umanizzare è riconoscersi animali. Celebrare la fame, la fatica, il timore atavico.
Oggi il tuono mi ha raggiunta, non posso più scappare. 

6 Agosto 2018

Sono scappata dal Lazio, il clima, l’aria, non mi piaceva e mi aveva demoralizzato.

Arrivata a Benevento tutto è cambiato. Ho percepito subito che c’era qualcosa di familiare e più giusto per me.

Buonalbergo oggi comincia già a sapere di Puglia. In dieci minuti che sono entrata nel paese tre signore anziane sono state gentili con me. Una addirittura mi ha baciata e, presa per mano, mi ha augurato tanta “saluta”.

I proprietari della casa del pellegrino sono stati incredibili, ho mangiato tutte cose del loro orto (che produce cipolle di 10 cm di diametro) come pomodori, asparagi, uova e persino il salame era loro.

Un pellegrino accetta tutto come un dono, perché ogni cosa lo è (anche se deve pagare, i soldi infatti sono solo un peso da diluire via via, per rendere lo zaino più leggero e la pancia più pesante).

Un letto e un bagno sono il dono più importante della giornata, indipendentemente dalla qualità.

Acqua, materasso.

Lavarsi, dormire.

Secondo dono più importante del pellegrino: la frutta raccolta durante il cammino.

More, pere, mele, susine, fichi.

Sono una gioia enorme.

Così come le fontanelle dell’acqua. Adesso non me ne perdo una. Anche se ho finito di camminare o se non ho sete, da tutte bevo qualche sorso, “non si sa mai”, e poi di ogni luogo si deve imparare a distinguerne il sapore.

7 Agosto 2018

590 km
Ci sono città in cui senti di esser già passato. Un po’ come un’impronta indurita nel fango, dentro la quale il piede calza perfettamente.
Il mio corpo oggi è piú pesante del solito, mi stendo lungo una pianura e divento una montagna, dormiente del Sannio. Sogno liquori e unguenti, che se li spargo sulla pelle posso diventare incorporea. Posso planare su un fienile, cavalcare una giumenta e lasciarle la coda piena di trecce, per far sapere a tutti che sono passata. Ma guai a contare i fili di una scopa, l’hanno messa lì davanti proprio per non farmi entrare. 
Vado a ballare un po’ sotto al noce, la luna si squaglia sul fiume Sabato. Prima che l’alba mi ritrasformi, prima che tornino a bruciarmi. 

8 Agosto 2018

ore 7.20

Capalbore, Oasi di Santa Maria di Bossa.

Oggi non ho preso il percorso che ho sul cellulare, mi sono fidata di voci e istinto senza nessuna sicurezza. Infatti ho incontrato subito un bar in cui prendere un caffè (i bar sono come i miraggi nel deserto, soprattutto la mattina quando le gambe non vogliono partire); ho visto il sole rosso affacciarsi dalle colline e subito dopo un lupetto svelto mi ha attraversato la strada, si è fermato su una salita, mi ha guardata per un attimo e appena mi sono voltata per controllare se fosse in compagnia si è dileguato.

Ho capito che era un giovane lupo dalla corsa agile e silenziosissima, a metà fra gatto e volpe, o lepre.

Capalbore silenziosa aveva dei bei muri; una donna stendeva ed uno stormo si è alzato all’improvviso, creando la fotografia perfetta che non avrei mai rubato.

Adesso sono su un’oasi strana che si affaccia fra le colline pastello.

La pietra fredda sulla quale sono seduta dà sollievo alle cosce, bevo un succo al mirtillo e mi riallaccio la scarpa sinistra come in un lento e meticoloso rituale.

Ore 10.10

Bolle di Malvizza. Dov’è il santuario a Melfite?

Mi siedo sopra una roccia e condivido il posto col ragno color di rame, intorno solo qualche gorgoglio e il sibilo del terreno.  Una vespa sgranocchia un ramo. Sono suoni giganteschi.

10 Agosto 2018

695 km percorsi.
A cosa pensi mentre cammini?
Penso al mio corpo, ascolto ogni scricchiolio delle ginocchia, ogni cigolare delle anche e il rotolare delle caviglie, penso all’acqua che vorrei trovare all’improvviso, una fonte nascosta fra gli ulivi. Penso alle braccia che si arrossano, ai graffi sulle cosce e alle more che non posso lasciare, è davvero un peccato abbandonarle, bisogna mangiarle tutte perché ognuna ha un sapore diverso, come i pensieri che scivolano lungo ai fichi maturi, a cui vorrei arrivare ma sono troppo alti, aspetta uso un bastone, penso alle pere gialle, io le preferisco verdi e dure, penso alle grida dei falchi, al planare di libellule, alle impronte di lupo e ai fruscii improvvisi, all’aria che arriva d’un tratto sui vestiti bagnati, ai grilli che urtano le gambe, alle ragnatele che si sciolgono sulla pelle e poi penso all’acqua di nuovo ed a un letto su cui dormire. Ma quando trovo anche solo una di queste cose penso che è il momento più bello della mia vita. 
Ogni trenta passi é il momento migliore della mia vita. 

11 Agosto 2018

Direzione Lucera.

Merenda con la pala Eolica, è rilassante e bella da vedere, oltre al fatto che non dice cose a vanvera.

La famiglia mi manca, vedo le loro foto a tavola tutti insieme e questa campagna mi sembra ancor più desolata.

L’acqua è quasi finita e Lucera è ancora sbiadita sull’orizzonte. Provo a dissetarmi con due pomodori rubati, mentre li addento mi sento più animale che mai, ne sono orgogliosa. 

Arrivo a Lucera, le mani mi fanno male perché ho staccato un fico d’india con troppa impazienza, tale era la mia sete. Adesso ho centinaia di spine conficcate nel palmo e nelle dita. 

Raggiungo il bar che desideravo da ore e mi ritrovo davanti alla stazione di Lucera, Ferrovie del Gargano, sono proprio i treni che connettono i piccoli paesi del Gargano, quindi Sannicandro e dunque Schiapparo.

Un dubbio enorme mi morde presto le tempie. Dopo il chinotto ghiacciato penso qualche ora su una panchina, proprio lì davanti. Chiedo qualche consiglio a coloro che mi seguono e mi scrivono ogni giorno. La decisione da prendere è tuttavia troppo semplice, immediata. 

Cambiare rotta, all’improvviso, rompere un obiettivo, disobbedire. Balikwas.

È così attraente.

D’un tratto mettere la mano dentro le impronte di Monte Sant’Angelo non è più necessario, l’ho già messa la mia mano dentro mani e piedi scavati nel terreno ogni giorno per più di tre settimane.

Tre tappe in meno, 85 km meno. Non sono un eroe che compie la sua impresa, non devo nutrire i miei cuccioli affamati di storie. E poi il giorno in cui sarei arrivata a Monte Sant’Angelo lo avevo immaginato così tante volte che non valeva poi così la pena di viverlo davvero.

E l’onore da difendere? No, non fa per me, è solo una parola come tante. Non sono nessuno né tutti i centomila che sono stata in questi giorni.

Così ho staccato la piuma di terracotta che avevo attaccata allo zaino, segno e talismano del cammino micaelico. La conserverò per sempre, non sullo zaino, ma appesa in qualche posto nella mia nuova casa, non come trofeo ma come simbolo dei cammini interrotti, della libertà di non essere, dell’amore per il disobbedire.

Dunque ho fatto la spesa, bevuto mezzo litro di latte intero come fosse acqua e con altri 9 km ho raggiunto la camera che avevo fissato il giorno prima. Quando mi sono alzata era ancora buio, le 4 circa, i cani continuavano ad abbaiare anche dopo che mi hanno visto scomparire. In meno di due ore sono arrivata alla stazione, biglietto, caffè e finalmente un treno. A Foggia ho fatto il cambio per Sannicandro e infine ho preso l’autobus per Schiapparo. Il mio zaino puzza da morire, la gente che mi si siede accanto mi mette a disagio.

Ecco il mare che aspettavo, i miei occhi l’hanno riconosciuto subito e tutta la mia memoria ne ha gioito.

Sulla spiaggia mi sono levata le scarpe e ho percorso gli ultimi 8 km in una lunga sfilata con zaino sporco e i piedi esageratamente bianchi, centinaia di bovini e leoni marini di Sannicandro mi guardavano dai loro lettini concavi emettendo alcuni caratteristici risolini. Io però sorridevo a me stessa, non alzavo mai lo sguardo e continuavo ad ammirare le mie dita fra sabbia e acqua con orgoglio rinfrescato, rispetto, tenerezza. E amore, ovviamente, solo per me, solo per i miei piedi.

24 Agosto 2018

Il cammino mi ha cambiata, come era scontato che fosse, non so in cosa, ma sento che ha intensificato il mio desiderio, nonché necessità, di fuggire o cambiare strada all’improvviso. Non per paura, anzi, per coraggio. 

L’altro giorno ho trovato l’accesso per il bosco, qui a Santa Brigida, ma stava facendo buio. Ho deciso di tornare indietro e nel voltarmi ho scorto in quella cornice oscura come un muso di bestia affacciata, immobile, che mi osservava, chiamandomi?

Mi voltavo in avanti, poi mi voltavo di nuovo e il muso era ancora lì, mi guardava ancora, come a dire, perché non vieni qui con noi? È la tua culla!

Ma chi erano questi “noi”?

Non era tanto il buio, o la bestia, a inquietarmi, quanto l’immobilità del suo sguardo inesistente. Fermo, sigillato, come una pietra, quasi mi riportava ad uno di quei sogni strani, verde scuro, del mattino.

13 risposte a “Diario del pellegrino

  1. Anche io amo il viaggio a piedi ed ho amato meravigliarmi con te in queste tue righe, grazie! Hai alzato la fiammella di un fuoco mai spento, mi hai fatto sorridere di dolcezza per noi e per questi percorsi che compiamo e mi hai portato a pensare ai miei cammini californiani! Che il tuo Santiago di Compostela sia altrettanto liberatorio, alto e profondo! 🌷

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