Il concerto

Intuizione della notte. Il vento esiste solo nelle fessure che permettono lui di parlare.

La serratura, a denti stretti, mugola baritona, molto spesso il suo lamento sale d’intonazione, grida terribilmente come un treno, generando tensione e attesa, poi torna velocemente a ringhiare verso frequenze basse, quasi con gentilezza. 

Una porta sbatte, lontana, ma ad occhi chiusi è chiara la sua collocazione, lo spazio si genera con il suo botto: il piano di sotto esiste. La tenda si gonfia sfiorando il pavimento come se rilasciasse sabbia, un prurito di attriti sul pavimento. Ondeggia l’orlo come un mostro aleatorio. 

Altre ante sbattono di là, di sopra, qui accanto, tonfi che sono occhi aperti sullo spazio buio: si srotola una struttura di piani, stanze, terrazzi. Comincia ad autogenerarsi una casa nella notte.

Attraverso ogni fessura il vento di terra genera un discorso diverso, terribile ma caldo, conversa con gli infissi, scolpisce la forma del mondo chiamandola con nomi nuovi. Il mare non risponde, talmente spianato, non si muove nemmeno.
Sono assorta dal brusio di sogni interrotti, nel mio letto, ma comincio ad avvertire la forma del luogo che mi circonda grazie al vento, alle sue descrizioni drammaturgiche lungo ogni muro, ogni angolo, lentamente ricordo dove mi trovo, la mia casa e i suoi volumi. 

Ritorno di colpo ad un giorno particolare di qualche mese fa, nella piazza di Verona colpita improvvisamente da una tempesta di vento, polvere accecante, grida di cose che cadono. Un fenomeno che rischiò di cancellare il concerto di Nick Cave, il palco era quasi crollato. Fu improvviso quel vento, di una cattiveria ammirevole, il formicaio di persone in fila era sconcertato, ma aspetta, ho l’impressione che il tetto cominci a cedere col vento, le tegole si muovono, devo andare subito in terrazza a controllare. La sabbia entra in casa, punge il viso mentre cammino con gli occhi che si aprono appena. I lamenti del vento si fanno ampi una volta fuori, meno terribili, ma più tattili. Levigano la pelle. I capelli si sciolgono ed emettono gridolini, colpiscono il naso come aghi, la polvere si schianta sul corpo con violenza. Dove sono i mobili? Il tavolo, le sedie, il dondolo, sono disintegrati. Non ricordo se mi sono messa le ciabatte una volta scesa dal letto.

D’un tratto un fascio di madreperla indica un punto in mezzo alla tempesta. Un luogo di ascensione penso. Sabbia, oggetti, braccia e gambe, vestiti, telefoni, si disgregano alla luce di quel fascio. E allora va bene, mi metto in fila anch’io, anche senza ciabatte, col mio biglietto d’entrata, settore blocco 31, fila 17, il vento mi scioglie i vestiti, i capelli che volano via sgomenti. Sembra cantare qualcosa lungo le fessure del corpo che mi rimane, Nick Cave, sotto il fascio, sta gridando: guardami ora! Solo adesso mi accorgo di averne uno. Allora il concerto si fa, non è cancellato, tutti sono contenti, le porte sbattono e il Libeccio, con una giacca nera, mi colpisce in viso dicendo non so cosa, “sto brillando” o una cosa simile, frasi un po’ retoriche da notte fonda, io rabbrividisco, intuisco che il vento cessa solo quando non trova più niente su cui scontrarsi, e mi trasformo con lui, la polvere e il sonno che mi trascinano su, ancora più su.


Illustrazione in alto creata a partire da MidJourney Ai


 Racconti della Controra è disponibile su:

 IBS    ||  FELTRINELLI  || AMAZON

7 risposte a “Il concerto

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