Mutilazioni


Dev’essere la calma piatta che si addice a chi non è mosso, ma sa muovere; che non si scompone ma osserva chi si increspa di conseguenza, con dramma ed esibizione. Potremmo descrivere gli estranei alla calma piatta come esseri dotati di un groviglio di arti e lembi inutili che scuotono con passione di bestia sottomarina. 

A volte la calma piatta vorrebbe potersi scrollare anche da sé stessa, forse presa da noia, per tremare con quelli che amano tremando, urlando, o che urlano dicendo di amare; ma non sa. E se lo fa è una menzogna che compiace. Perché la calma piatta è un corpo unico che si riduce, ridimensionando il proprio confine ad un profilo essenziale, quello di un solo arto. Come in un processo di labor limae dell’essere che perseguita maniacalmente la sua riduzione, ed esiste davvero vivo nella forma più indispensabile, quella che raggiunge senza grida di piacere o scompenso, senza decorativismi delle emozioni o desideri socialmente utili.

Può apparire crudele quella calma piatta che trova libertà nel minimalismo estremo delle espressioni, ma è solo un nome la crudeltà, coniato da chi non sa dare nome all’atarassia irraggiungibile, che sconvolge, e non può che essere immorale ai suoi estranei.

Quegli arti che per incomprensione si agitano (overplay) sono fatti di fotoromanzi, tagliuzzati e incollati come decoupage, con l’illusione putrescente (di essere importanti) che ne è collante.

La calma piatta invece pare capace di ridimensionarsi anche dentro la verità che turba, attraverso la vanità di essere vana. Con l’orgoglio di essere priva di spigoli e solidità, con sembianze desaturate dal desiderio di unicità e dai sentimenti ostentatori. È una celebrazione la sua forma ripulita, non è mutilata, né priva di qualcosa, è solo sintesi, sintesi di sé stessa.


 

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