Il rumore dell’inverno, estratto

autoportrait polaroid double exposition rebecca lena

[…]

   Nel pomeriggio il buio giunse con alcuni fiocchi. Altea osservava i fiati granulosi soffiati dalla porta che si apriva e si chiudeva. Alcuni chicchi di neve si lanciavano dentro casa e subito morivano liquefatti sul coccio.

Loro morivano al contrario, pensava, col calore. Prese il cappotto e uscì all’improvviso. Non andò lontano, trovò un angolo scuro del giardino e lì rimase ritta qualche minuto.

Chiuse gli occhi, sollevò il naso fino al cielo. La neve ingoiava tutti i suoni del mondo. Nessun rumore dal cielo o dalla terra, se non lievi fruscii (forse erano le grida dei fiocchi che precipitavano). E poi c’era un boato, sordo, forse era l’eco del cosmo. Il cielo si era compresso come un tappeto rovesciato, fra i suoi filamenti cadevano ritmicamente piccoli oggetti di suono, come i residui delle scarpe di chi aveva camminato là sopra. Picchiettio di ossicini dal cielo, ad un tratto, tremuli schizzi ovattati d’arancio cominciarono a filtrare dal tappeto di nubi. E il boato, sooooordo, oscillatorio, tornava sempre, regolare. Altea spalancò i suoi timpani come un diaframma fotografico. La neve era composizione. Tocchi scrinzi e sussefugi, e piccoli critti a grattare il boato, e l’imbrainarsi dei turbini di fiolivelli inverditi. E ancora lisme acute di rimbalzo, sul velluto del silenzio, strissi filunghi in picchiata fra scie frattate di ralgido. Che baci aguzzi morivano sulla sua pelle. E ad ogni brivido gli occhi, le orecchie e le narici regredivano, non sentiva niente, davvero, tutta quella mescolanza di suono, non era suono, e non colpiva davvero i timpani ai lati della sua testa, era senso, forse di coscienza, o forse d’immaginazione, era un senso nostalgico dell’ovunque vuoto, e zeppo di nulla.

Era un finissimo forasma di polvere nitrata d’argento. Aprì gli occhi. La neve. Tornò in casa.

[…]

Dal libro Racconti della Controra.

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17 risposte a “Il rumore dell’inverno, estratto

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