Sedimenti

Fuggo per mantenere insieme le cose.

Giungo in città, dopo tanto, è vertigine lungo i muri secchi. L’acqua opaca del fiume che giace senza consenso, e giacciono i gabbiani sul bordo melmoso. Mi soffermo.

So che mi spii dal buco di un futuro.

Tu che potrei essere io, io che ancora non sono. Ho sentito le mani rabbrividire sul cornicione muschioso e infatti sono circondata da sguardi che non guardano, non ne incrocio neanche uno, incrociandoli: tutto è ricoperto da una patina di nausea. Coppie di occhi sollevate da terra quanto basta per mostrarsi e nessun uomo che mi somigli davvero. Forse perché non so vedermi? So che mi spii, non so dove, dall’alto delle righe dove il tempo si fa spazio bianco per divorare i versi lateralmente; sai, ho paura della poesia, finisce sempre sbriciolata in questo alito improvviso di vuoto (da cui continui a guardarmi). 

Nausea del sole trattenuto più vicino perché è inverno, nausea per la sua bile che proietta sagome e che conduce l’incatarrirsi delle nuvole pastello, forse mi scuoto un po’. Capire, capire come andare, anch’io lombricheggiante, ma senza euforia, nel dissesto edilizio cittadino. Non guardare in alto, piccoli respiri non troppo profondi. Il dio dei lampioni ha forma di lampione, mi disgusta forse l’ergonomia delle cose, l’antropocentrismo dello spazio. Mi disturbo io stessa sopra un marciapiede. Dovrei essere senza peso, sollevata, più vicino al nulla, senza un viso che è visto e che non vedo. Smarginare, immeandrirmi fra i ciottoli levigati dallo stupor, con slittamento detritico delle emozioni. L’asse di inclinazione del mondo perderebbe l’equilibrio e con lui i ponti e gli archi e le colonne in pietra serena. 

Succede ancora, quando mi guardi troppo, il pensiero straripa fuori dalla sintassi, ma mi affretto a ricompormi persona. 

Sono costretta, giorno dopo giorno, a rinchiudere il mio pensiero dentro alla rete di un lessico uniforme, altrimenti non vi sarebbe forma concepibile al sentire-non-sentire della coscienza. Che è inscrivibile o circoscrivibile al pensiero? E creare poi, con le righe, una direzionalità che sia alveo e, con la sintassi, una pendenza che definisca una portata, ragionevole, logica, efficiente. Gocce i lessemi, detriti i verbi, pesci le congiunzioni, li rinchiudo o sono loro a rinchiudere me? Poi alti argini del buon senso, e dislivelli per non alluvionare.

Fuggo nella direzione più confortevole e cioè nella scia di un mondo che si ricompone, forse più mansueto.

Non serve a nulla piantare le dita nel muschio della balaustra, ma il tatto mi convince di essere ricomposta, adesso fuggo nella solidità delle due gambe, sguardo basso, fra i gradini antropo-retti della città, confusa nel rigore distante degli spostamenti, magari ti sfuggo per qualche momento, magari mi nascondo un po’ al vuoto tipografico che divora.

“Racconti della Controra” è disponibile su:
Feltrinelli

32 risposte a “Sedimenti

  1. Anche vero che se la scrittura non è nativa ti trasferisce nel tuo mondo fantastico dove fai vivere ad altri la liberazione dei tuoi sensi
    Come un linguaggio musicale

  2. Leggendo pensavo a questi nostri tempi, fuggenti e distanti, agli sguardi che non vogliono vedersi, ai respiri che non vogliono sentirsi, agli abbracci che non vogliono toccarsi. A presto

    Sent from my iPad

    >

  3. EVANESCENZA fa rima con coscienza, materia della scienza nella certezza del sapere di una mente robusta che non lascia avanzi, anzi… li mastica, li trita e ritrita polverizzandoli fino a ridurli in minuscoli microcosmi ossessivi, incamminandosi verso le particelle di origine impalpabile delle cose roteanti gravitazionali et cosmicamente legate fra loro per sapere chi le ha ingravidate e sgravate. Poi la scienza della mente, distrattamente, gli occhi alza e orbita restando affascinata di un dettaglio leggiadro e che per studiare tale fenomeno inatteso, “sbircia dal buco” senza disturbare o distrarre la natura evanescente incantatrice per capire chi sei tu e cosa pensi in modo intelligente. Lo stupore della tua Evanescenza evidenzia la qualità di ciò che è evanescente in se scoprendo essere una rappresentante divulgatrice di inconsistenze, leggerezze, trasparenze, vaghe, vaporose senza per questo manifestare chiarezza, concretezza, forza, nitidezza. Eppure le menti razionate dalla scientificità economico scolastica per la costruzione di cose solide per l’arricchimento, leggendoti nota in se una progressiva perdita di consistenza e affievolimento dell’immagine reale dettata da una voce languida, indebolita e suadente, raggirante l’accentuazione, l’intensificazione e il rafforzamento, vagando fluttuante nell’etere alla ricerca tra i detriti solidi fastidiosi per compattezza, le particelle microscopiche leggere dissolte in un cosmo troppo ampio, che adduce alla distrazione evolutiva per captare e subire il continuo variare dell’intensità di radiosegnali fino all’affievolimento degli stessi chiedendosi dove sono andati a finire inseguendoli senza perdere coscienza. LENA, l’ evanescenza tua come è deliziosamente ordinata e femminile… complimenti.

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