Cap 8. Solo una riga alla volta

“In un piccolo posto, solo pochi di noi.”

Tai ripeteva quella frase in modo ossessivo. Camminava a passo svelto verso il quartiere di Dioniso, la sacca del metal detector – un’appendice del suo corpo – oscillava al ritmo dei suoi polpacci. Erano quattro giorni che ripeteva quelle parole nel tentativo di dare un senso al primo sconvolgente sogno lucido. Era eccitatissimo di poterlo raccontare a Dioniso, ma turbato al tempo stesso. 

C’era quel particolare macabro, l’aver assaggiato parte di suo nonno, Dioniso l’avrebbe preso sicuramente per pazzo, eppure lì per lì gli era sembrato un gesto del tutto normale. 

Avrebbe dovuto parlarne con suo padre, ma come? Il loro rapporto era un’incognita. Non era una questione di conflitti aperti o di antiche ruggini; era qualcosa di più sfumato, come se un velo impalpabile si fosse posato tra loro, rendendo ogni tentativo di dialogo un’interazione vana. Come un velo di seta bianca e bagnata, appunto.

Quando Tai pensava a suo padre, non era l’immagine di un uomo severo o distante che gli veniva in mente, piuttosto quella di un fantasma opaco, una presenza sfuggente che sembrava sfidare ogni tentativo di comprensione. No, non avrebbe saputo parlargli.

Nessuno aveva mai raccontato apertamente quella faccenda, risalente alla fine degli anni ‘80, ogni tanto la zia ricordava il povero nonno morto in un incidente, ma niente più, nessun dettaglio. Tranne per quel fugace racconto di suo cugino Neri, quando Tai aveva 8 anni e lui ne aveva 11; avevano costruito insieme una capanna con i cuscini del divano. Bisbigliando, gli aveva raccontato del migliore amico del nonno, Cesare, un uomo molto bello e stimato dalla zia, erano andati a caccia come ogni domenica, ma per errore era partito un colpo. Il nonno era morto nel giro di pochi secondi, non aveva sofferto troppo, ci teneva a rassicurare, lo aveva colpito direttamente al petto. 

Poi, Cesare aveva scritto una lettera di scuse alla nonna, una lettera segreta che era stata letta solo da lei e dal padre di Tai. Probabilmente l’avevano nascosta o distrutta, dato che nemmeno la zia era mai riuscita a leggerla.

Cesare, dopo qualche mese, si era suicidato con lo stesso fucile, colpendosi nel punto in cui aveva colpito il nonno, pensa te che non è nemmeno così facile colpirsi sul petto con un fucile, aveva precisato Neri.

Lo avevano trovato due giorni dopo in una pozza nera di fango e sangue, fra gli ulivi, col petto sfondato e le dita così gonfie che nessuno era riuscito a togliergli la fede. Gli era nata una figlia poco dopo l’incidente del nonno, ma questo non gli aveva impedito di liberarsi dal senso di colpa. L’avevano tanto voluta ma era arrivata tardi, Cesare aveva 51 anni, poverino. La sua famiglia, dicevano, si era sgretolata del tutto dopo il suo suicidio, la moglie era morta in miseria, viveva per strada, la figlia scomparsa.

Probabilmente suo cugino aveva ricamato sopra alcuni dettagli, ma il resto della storia stava in piedi, magari era vera. 

La vicenda in sé, per quanto ignorata, ebbe quasi l’impressione che qualcosa doveva aver lasciato dentro di lui, sebbene non l’avesse né vissuta, né mai sentita raccontare direttamente. Un’irrequietezza, forse? Piantata sotto pelle come un piccolo uovo parassita. 

Facendo più attenzione ai suoi ricordi si accorse che non erano affatto rari i sogni in cui fuggiva da nemici armati, o anche solo interrotti da colpi di arma da fuoco. Magari era stata colpa del telegiornale, del terrorismo o delle notizie dei ragazzi che sparavano nelle scuole americane. Magari era stata quella storia non detta ad aver piantato in lui quel senso di inquietudine, quella vibrazione istintiva di fuga in grado di esplodere in qualunque momento.
Fuggire, ecco, era sempre stato pronto. 

Eppure in quel sogno lucido era andato incontro al luogo dello sparo, non era scappato nella direzione opposta, aveva sentito il bisogno di “guardare”, senza pericolo. Come se il nonno lo chiamasse, come se cercasse di comunicargli qualcosa. 

E lui si era mostrato sdraiato, fra le sue viscere nere, come lo aveva sempre immaginato da piccolo. Ma aveva deciso di parlargli attraverso una donna dagli occhi cerulei. “In un piccolo posto, solo pochi di noi” – Aveva sussurrato, attenta a non farsi sentire da nessun altro, quella voce furtiva aveva un timbro impossibile da dimenticare.

Tai era giunto al portone di Dionisio, osservava le crepe sull’intonaco con una morsa al cuore, quelle trame di solchi non le aveva affatto dimenticate, li ripercorreva con gli occhi, uno ad uno, era un’esperienza vagamente soffocante, aveva la sensazione di indossare abiti vecchissimi, troppo stretti per lui.

Tai! Ma guardati, come sei cambiato. Entra pure. Come stai? – Annalaura era la madre di Dioniso, i suoi lineamenti sembravano essersi leggermente scollati dal cranio a causa della gravità, aveva un vivace pendente di pelle sotto il mento. – Dio, arriva subito, è ancora nella doccia, mi ha detto che andate a fare un giro verso Fiesole. – Tai sorrise brevemente all’abbreviazione della madre (lo chiamava sempre così da piccolo, Dio, in classe facevano stupidi giochi di parole). Osservava distratto le foto appese alle pareti. Una quantità esorbitante di ricordi di qualunque genere, gite, compleanni, ritratti di qualsiasi età, tanti quanti i mattoni che reggevano la casa stessa. – Ti piace la fotografia? – notando lo sguardo perso sulle pareti – Ah, bè sì, a volte. Caspita sono tantissime, dev’esserci voluto molto tempo per attaccarle tutte quante – Sì, ma le abbiamo attaccate pian piano negli anni, con la giusta calma. Almeno una a settimana. Se vuoi aspettarlo in camera, arriva a breve, vuoi qualcosa? Un bicchiere d’acqua? – No no grazie mille, lo aspetto in camera.
Camminava a piccoli passi lungo il corridoio osservando ogni singolo scatto della vita di Dioniso, pareva srotolare un antico papiro preziosissimo. 

La disposizione era, in apparenza, casuale, ma con più attenzione era chiaro che ogni zona avesse un argomento comune che attraversava il tempo: gita al fiume, compleanni, mare, natale. I soggetti erano sempre e solo loro tre, Annalaura, Siliano e Dioniso, a turno ognuno aveva anche qualche ritratto singolo. Nessun’altra figura, nessun amico di famiglia, parente, o amica. 

Avrebbe speso molto più tempo su quelle pareti ma sentiva gli occhi curiosi di Annalaura proprio dietro le sue spalle, sentiva che era sospesa fra il corridoio e la cucina e aspettava che Tai entrasse in camera. Forse non erano così abituati agli estranei che curiosavano nelle loro vite. Forse nemmeno si ricordava molto di Tai. 

Tai però aveva una memoria invidiabile. In quel corridoio aveva corso chissà quante volte, adesso sembrava essersi ristretto della metà. C’erano mai state tutte quelle foto? Si chiese. Non le ricordava affatto. La loro funzione, tuttavia, pareva più che ovvia.

La stanza di Dioniso, al primo sguardo, sembrava un’estensione naturale del corridoio, un prolungamento visivo. Le pareti erano prive di fotografie, ma ospitavano invece una variegata collezione di disegni: alcuni erano colorati con matite acquarellabili, altri delineati in pastelli bianco e nero, oscillando tra dettagli minuziosi e tratti abbozzati. Raffiguravano un universo di piante, fiori, paesaggi, colline ondulate, ciottoli e massi imponenti. Dioniso era sempre stato bravo nel replicare fedelmente la realtà, mancava tuttavia di quella speciale inventiva che caratterizzava Tai, meno preciso nel tratto ma dotato di vera creatività. La loro sinergia artistica era un equilibrio perfetto: in seconda media, avevano dato vita a “La rivista dei morti”, una raccolta di articoli e interviste che intrecciavano l’umorismo con il macabro. I protagonisti, spesso celebri mummie dell’antico Egitto, dispensavano consigli su tecniche di conservazione e gustose ricette a base di vermi. Si parlava anche di improbabili ritorni di fiamma fra Cleopatra e Cesare Augusto o di offerte immobiliari di piramidi, destinate a chi desiderava trascorrere l’eternità in modo confortevole.

Nonostante il tema lugubre, la rivista aveva riscosso un tale successo tra i corridoi della scuola che gli insegnanti l’avevano fotocopiata e distribuita in tutte le classi.

Mentre Tai osservava quei disegni, rifletteva su come, durante l’infanzia, la sua creatività fosse stata incredibilmente più prolifica. Anche se il valore artistico poteva essere discutibile, ogni opera, sia solitaria sia in collaborazione con Dioniso, aveva un sapore più genuino, divertente, pieno di imprevedibile e comica meraviglia.

Ritornò all’esperienza inspiegabile che Dioniso aveva raccontato durante il loro incontro. Un mazzo di fiori gialli, dipinto con cura e posizionato al centro della parete, attirava il suo sguardo. Quelle carte sul muro erano forse memorie di quel posto in cui era “stato” mentre stava per morire? Frammenti recuperati con cura negli angoli buio del suo inconscio? La questione sembrava piuttosto importante per lui. Quasi una sorta di ossessione che si trascinava ininterrotta da sedici lunghi anni.

Pronto! – Dioniso balzó alle sue spalle coi capelli ancora bagnati. Un odore umido di bagnoschiuma si diffondeva nella stanza. – Anche io! – Tai si voltò indicando la sacca sulla spalla. 

Montereggi prendeva il nome da Mons Regi, luogo in cui il condottiero germanico Radagaiso era stato sconfitto nel 406 d.C. dall’esercito romano durante la Battaglia di Fiesole.

Devi tenerlo molto vicino al suolo, così, ma senza farlo strusciare – Dioniso cercava di seguire i consigli dell’amico, ma aveva un approccio piuttosto maldestro. Si muoveva a gambe larghe afferrando il metal con due mani e avanzando in modo estremamente lento, troppo attento ad ogni micro segnale dell’apparecchio. 

Certo che è pesante dopo un po’ – si massaggiò l’avambraccio – col tempo ti fai il muscolo, devi muoverlo più velocemente però, a zig zag, così puoi coprire più superficie possibile – Tai lo guidò nei movimenti – comunque quel sogno è una bomba Tai, davvero, devi avere una predisposizione naturale se sei riuscito a trovare la lucidità così velocemente, hai notato come tutto appaia più vivido quando sei lucido? – Sì, è stato davvero intenso, sapevo di essere in un sogno, ma l’aria, la testura delle cose era così reale, così verosimile, eccetto per l’assurdità delle cose accadute, ovvio – pensi di indagare su quella storia? – chiese Dioniso senza distogliere lo sguardo dal metal – devo farlo, ma non credo di voler chiedere spiegazioni a mio padre, è complicato.

Capisco…Oddio! – Un segnale aveva fatto sussultare Dioniso.

Tai era scettico, sapeva riconoscere i segnali, lo schermo indicava il materiale: alluminio, dunque era un tappo di bottiglia, una linguetta di lattina  o una carta argentata appallottolata, ma adorava l’euforia dei principianti, lasciò che Dioniso andasse incontro alla sua prima delusione.

Era infatti il fondo schiacciato di una lattina – Tutto normale – lo rassicurò Tai – tieni conto che quando si esce col metal, su 10 cose che scavi, 9 sono schifezze.

Però ammetto di essermi emozionato mentre scavavo – sorrise Dioniso – immagino che ci vogliano parecchie buche prima di trovare qualcosa di interessante.

Dipende, se sai dove scavare è possibile trovare le cose abbastanza velocemente, devi osservare il terreno, vedi ad esempio quella conformazione là, significa che quando piove la terra tende a scendere lungo quella direzione, se provi a vedere là in fondo, nella conca, ci sta che si trovino più cose, di epoche diverse, tutte vicine e poco profonde. Sai il terreno si muove, respira e vomita le cose che non gli appartengono. A proposito, tu devi continuare quella storia, la teoria sulla tua visione premorte, guarda che non me ne sono dimenticato.

Hai ragione Tai – riprese a scandagliare con frenesia il terreno – come ti ho detto spesso uso i sogni lucidi per tornare all’immagine di quel luogo,  quando mi accorgo di essere lucido chiedo ai personaggi onirici di indicarmi una porta oppure una botola. Una volta giunto comincio subito a esplorare il terreno, assaggio le cose, osservo ogni micro dettaglio dello spazio. Ho fatto di tutto, ho strappato la vegetazione, ho spostato i massi, ho provato a volare, dunque a osservarlo dall’alto e da qualsiasi angolazione, ma non posso allontanarmi troppo, lo spazio nella mia mente esiste circoscritto a quel luogo, oltre i 100 metri non posso spostarmi, per questo non capisco dove si trovi, in Italia? Sulla terra? So che esiste, ne sono certo. 

Hai mai provato a scavare? – Tai lo interruppe ridendo. Dioniso si fermò di scatto, perplesso. I suoi occhi verdi brillavano immobili.

Caspita Tai, questo devo ancora provarlo, giuro che non mi era mai venuto in mente. 

Non so, magari è una stupidaggine, ma è la prima cosa che verrebbe in mente a me, farei apparire un metal detector gigante con scavatrice integrata e ti tirerei fuori le piramidi! – Scoppiarono a ridere entrambi.

La mia teoria è che quel luogo sia legato a me indipendentemente dal tempo. Non è importante se ci sia stato o meno, piuttosto credo di doverci andare, un giorno, vivo o morto che sia – Tai lo osservava incuriosito – mi spiego meglio. Se il futuro non fosse poi così misterioso, ma già vissuto, già compiuto. Noi crediamo di vivere direzionalmente, ma in verità esistiamo orizzontalmente, ovunque, in qualsiasi momento della nostra vita. 

Siamo già qui, continuamente nati, vivi e morti. Il nostro cervello si è evoluto attraverso il principio necessario del mistero dell’avvenire, che ha senso, visto che il non sapere ci spinge a vivere, se sapessimo tutto ciò che ci aspetta nessuno desidererebbe cercare, scoprire, andare avanti. Quindi noi “scannerizziamo” il tempo, attimo per attimo. E quel tempo è già completo di ogni nostra azione o incastro.

Ma il libero arbitrio? – Quello che c’entra Tai, noi decidiamo tutto e non decidiamo un bel nulla, indipendentemente dalla fisica del tempo, semplicemente lo abbiamo già fatto, abbiamo già fatto tutto, ma il “già” è un concetto di finzione, piuttosto la domanda vera è: quando viviamo? La risposta è solo: sempre. 

Dunque stai dicendo che i ricordi non si creano attraverso le esperienze, ma potrebbero esistere tutti già dentro di noi? – Esatto Tai, i ricordi del futuro magari ci sono, senza esserci, sono da qualche parte, impossibili da recuperare.

Teoria piuttosto difficile Dio! Ma affascinante, lo ammetto – sbuffò Tai.

Il nostro cervello è come una pagina piena di parole, la nostra vita vi è descritta minuziosamente, tuttavia i limiti dello spazio-tempo ci permettono di leggerne solo una riga alla volta. 

Ma a volte ci possono essere dei bug, degli errori di connessione, uno scossone che fa saltare lo scanner per un attimo. Io ad esempio, in un momento di estremo stress fisico, ho visto qualcosa che non avrei dovuto vedere, qualcosa che forse appartiene al mio futuro. 

Quindi Dio tu credi nei sogni premonitori o robe così? – Non esattamente, non credo nella possibilità di predire il futuro a comando o in modo così didascalico, nei sogni semplicemente intuiamo con più facilità. Il nostro inconscio immagazzina informazioni continuamente, nella fase REM le elabora e le connette, quindi sì, magari può predire qualcosa, ma solo ciò che, ad un certo punto, non può che essere prevedibile. Il nostro inconscio è assai più sveglio del nostro “conscio” Tai.

Ma non è qui che voglio arrivare, la mia teoria sul tempo è solo una fra le tante, a me piace considerarla perché, secondo la sua logica, tutto è eterno, la vita stessa non inizia né finisce, non si muore davvero. Purtroppo nessuno può provarla. Quella visione premorte invece mi ossessiona per un altro motivo. 

Al momento, attraverso i sogni lucidi, sono riuscito a tornare in quel posto almeno otto volte. Dico “quel posto” ma intendo il ricordo della visione di quel posto dentro il mio inconscio. Le prime cinque, come ti ho detto, le ho passate cercando informazioni utili. Ho osservato e interagito. Poi ho avuto un’intuizione. La sesta volta sono tornato desiderando di trovare tutto come lo avevo lasciato, le piante strappate, la roccia spostata. E così è stato! Quel luogo aveva conservato i miei cambiamenti! 

Tai lo ascoltava in silenzio, cominciava ad essere confuso. 

Capisci cosa voglio dire? Tornare in quel luogo è un viaggio dentro una copia. Un allenamento. La visione originale, come sai, non so ancora se provenga da un’esperienza vissuta, ma dimenticata, oppure da un’esperienza ancora non vissuta. La cosa più importante però è che “quel luogo” adesso è una scenografia che posso modificare a mio piacimento. Ammetto che non ci tornerei tanto spesso se non mi sentissi così bene là dentro. La sensazione è come una sintesi inspiegabile fra quiete ed energia cinetica. Una vibrazione piacevole, come le fusa di un gatto – sorrise – dunque nel settimo sogno lucido ho cominciato a prendermene cura, l’ho ripulito, arredato. Nell’ottavo invece me lo sono goduto. E l’ho consacrato. 

Capisci? Allenarsi a creare mondi nei sogni lucidi è come allenarsi a morire. O almeno, arrivarci pronti. Possiamo creare il nostro paradiso ideale. 

Ci sono studi infatti che hanno osservato, quando il cuore smette di battere, un aumento dell’attività elettrica proprio nella regione che controlla i sogni e le allucinazioni – aggiunse Tai, sorpreso di ricordare tali informazioni, lette chissà dove.

Esatto, c’è chi vede il famoso tunnel, chi vede figure religiose, chi i propri cari…Tai ognuno raggiunge il paradiso che è in grado di creare – fu interrotto da un segnale squillante – ah, ecco la mia seconda lattina!

Osservarono entrambi il monitor del metal, il suono era diverso, scampanellava in modo confuso dal segnale del ferro al segnale del bronzo. 

Strano, o è impazzita la piastra o devono esserci più materiali, forse è una piccola discarica, vediamo un po’ – iniziarono a scavare, anche se Tai era immerso nelle teorie di Dioniso: il paradiso poteva essere costruito a proprio piacimento nei sogni? Non era sicuro di voler allenarsi a morire. 

Un piccolo tubo arrugginito cominciò a spuntare dalla terra umida, ma un’estremità era ancora attaccata ad un ammasso sepolto. 

Che schifezza è mai questa? – deprecò Dioniso.

Tai ripensò al sogno del nonno, il petto sfondato, la poltiglia nera, suo padre ricoperto da un sottile velo bianco. I quattro guanti sporchi si incontravano, fra un pezzo di radice marcia e qualche lombrico, l’oggetto cominciava a prendere una forma. 

Che razza di paradiso personale avrebbe potuto costruire dentro ad un mondo del genere? Un piccolo posto, come aveva detto la donna, impregnato di inquietudine e disperazione involontariamente ereditata. 

L’odore del terreno smosso si faceva sempre più pungente.

Dioniso sgranò gli occhi, Tai rimase sorpreso quasi più dal suo sguardo che non dall’oggetto che gradualmente si rivelava tra le loro mani.

– Tai, ma questo è… 

– Sì, Dio, questo è un fucile.

4 risposte a “Cap 8. Solo una riga alla volta

  1. Se il sogno fosse una maieutica del futuro, e tu una rabdomante di fonti lontane, “inaccessibilmente tue”. Se nel sogno scavando si scovasse il futuro, lentamente, da terra, come il fucile.
    Io credo che il futuro sia il solo vero autore dei nostri atti, ci spia e ci fruga in ogni gesto, non appena gli lasciamo un po’ di spazio si infiltra nella più piccola, inevitabile delle distrazioni. Il nostro oblio misura la sua necessità, è la crepa da cui ci frana addosso, continuamente. Ma come spiare il futuro che ci spia, come tenerne traccia, e a nostra volta coglierlo, di sorpresa? Dovremmo intercettare le nostre distrazioni, scorgerle furtivamente nel volatile mentre che a loro ci consegna, e con occhio lucido e insieme assente, divenire testimoni: a noi stessi. Ma come, come… non c’è come: è solo da tentare…
    Quando, sepolto in siti che il metal del conscio non raggiunge, eppure noi lo captiamo, il segnale del futuro… forse, non in terra lo dovremmo cercare, forse è un istante sepolto nel vento… la preveggenza somiglia una tensione sospesa, circolante, atmosferica, coinvolge qualcosa di sottilmente immateriale, una ragnatela magnetica, ambigua d’onda e di particella, così sensibile, così inequivocabile, eppure ineffabile, da non saperla definire. Noi captiamo il suo segnale, di natura e di origine ignota, con antenne misteriose, che non sapevamo neppure di possedere. In fondo, ignoriamo l’emittente non meno del ricevente, ignoriamo noi stessi, la nostra stessa voce dal futuro, che ci chiama, ci invoca, come volendo prenderci per mano, e condurci, passo passo, nel presente in trapasso… l’adesso: eco del futuro, varco aperto a quel passato che ci veglia dall’avvenire. Ma chi viene a chi, chi muove verso? Chi “sogna” di camminare i sentieri del sogno? È la voce, che conduce la sua eco, o è l’eco, a risalire alla sua foce? “Chi” sogna, se non il sogno, ch’è di nessuno, nessuno…
    Tu esplori un ampio campo con scrupolosa perlustrazione, scandagli ogni dettaglio con passo soppesato e soppesante, con calma sommessa all’apparenza, in verità percorsa da un formicolio radicante, che dalle viscere terragne caccia fuori un fucile, annunciando sommovimento. Il bordo oscilla tra sogno e realtà, è sempre più labile, consumato da una sfinente sfumatura. A delinearlo appena restano solo… righe, che setacciano nebbia per chi è in cerca di un nome, ma fanno anche da pala e piccone, a esumare e rovesciare il bordo circuente delle parole, come una zolla di terra, o la terra d’una conca.
    Il cesareo del fucile dal suolo, il flashback del petto nero sfondato, il bianco velario sullo spettro paterno: innesti di visioni vibranti, cariche d’una stasi cinetica incandescente, perturbanti l’inconscio apparato radicale, pronte ad esplodere al primo sfioramento. Mi hanno rievocato alla mente, per latente prolifica irrequietezza, persino Tetsuo, di Tsukamoto.
    Anche nella chiarezza della tua prosa, finora la più orizzontale, modulata in conformazioni ondulate, senza sobbalzi, il tuo spirito è fosco, “cupo e vivido”.
    Forse quel ritrovamento prelude a un’inquietudine più grande, un orrore catartico, un non-lieto fine. O, forse, più lieta del lieto, gaudente e consacrante, una gioia di morire. “Ri-morire”: rispecchiarsi, precisamente ora, sempre, nel presente riflesso dell’eterna mancanza, che da sempre è stata, né viva né morta ma nel mentre immediata. L’ala del suo riflesso ci sorvola quando meno ce ne avvediamo, da un angolo da cui non ci è dato intravederla, né in noi avvertirla. Perché da noi si irradia, dall’immemore abbandono a un’intima distrazione, raccolta e fissa per un insituabile altrove.
    Ora, sempre, un angelo plana silenzioso, ci atterra alle spalle. Fiamma custode dell’ombra, un angelo bellissimo, tremendo, ci sta dietro. Ora, sempre, un angelo biondo, come te…
    Germano

  2. Conosci “Library of Babel”? (https://libraryofbabel.info/). Lì è già scritto tutto: passato presente futuro… anche quelli alternativi, non attuali ma possibili. Contiene anche il prossimo capitolo del tuo romanzo. Ma come cercarlo? È sepolto da qualche parte, in frammenti… scriverlo è senza dubbio il miglior modo che hai di rinvenirlo, rammentarlo.
    “Il poeta vede allo stesso tempo e da un punto solo ciò ch’è visibile a due isolatamente”.
    Riflettevo su questo pensiero di Pasternak. Da quello che esprime in nuce, penso lo si possa applicare spazialmente e temporalmente. Indica, forse, che il poeta avvista in simultanea il futuro dal passato e il passato dal futuro… il punto del presente allora sarebbe la loro inafferrabile sintesi, il corpo fuggente che “loro” sono, e noi abbiamo, solo per un momento: il corpo del tempo. Per esempio, quel gomito sul tavolo: da dove viene, “da quando”? In ogni com-portamento possiamo scorgere e inseguire i fili di passato e futuro intrecciarsi tra loro in un fitto gomitolo. Li possiamo intuire, intercettare e intravedere, mentre ciascuno, letteralmente, li indossa, o piuttosto ne è indossato, perché chi sceglie di vestire la maglia del proprio tempo? Le siamo fatalmente destinati, e con essa la nostra necessità, che ci sorvola più alta, indeterminabile.
    Se solo potessi, sarei “digambara”, un “vestito di cielo”, fluttuante nel temp-i-o dell’aria leggera, che arieggia nell’aria… come acqua che si risciacqua nell’acqua, in balia all’onda rifluente del vento, mi abbandonerei, lasciando a riva la maschera stinta del volto, inoltrandomi e scomparendo, finalmente esaudito, alla deriva della mia: nostalgia di trasparenza…
    “Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada.” (Rilke)
    Ed ecco la mia digressione: può servire da spunto, oltre che alla scrittrice, all’artista visiva? E alla bassista? In fondo è il suono che circolando, infinitamente ubiquo, conduce alla visione… e non di due punti in uno solo, ma d’intere costellazioni, che tintinnando e luccicando si schiudono allo sguardo di chi risuonando in ascolto si fa eco con l’eco… occhi sospesi, raccolti nella tonda cadenza del languore, che non guardano fuori: nelle loro pupille annebbiate s’abolisce la nozione del tempo, ne muta la misura… c’è come un mare che ondeggia in quegli occhi assenti, un mare che non conosce la propria vastità ma solo quant’è profondo…
    “Profondità dello spazio, allegoria della profondità del tempo”, suggerisce Baudelaire…
    Come s’inabissa il suono nel gorgo del tempo? Come ghermirne il mistero? Non siamo noi stessi vibrazione, materia cantante, che oscilla inconscia tra passato-presente-futuro? E allora “quando viviamo? La risposta è solo: sempre”…

  3. P.s. Di nuovo dal tuo non ingombrante non lungagginoso paperaccio di provincia, in antiarte Germano… Buona Pasqua anche qui Rebecca :-)

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