Il gioco

C’era un gioco che facevo da piccola, fra i 6 e i 10 anni, consisteva nel fermarmi, realizzare di esistere e innescare una sensazione particolare sulla bocca dello stomaco, un’ansia lieve – controllata – che stringesse le viscere come una mano gentile.

Lo stomaco rilasciava un piccolo fuoco tiepido, a raggiera, su tutta la pancia. Era quella specie di ansia piacevole che ti prende dietro le quinte, nell’istante in cui realizzi che tra poco salirai sul palco.

Lo facevo in momenti diversi della giornata, spesso quando volevo evadere dal fastidio di dover fare cose, o di dover combattere il buio dell’inverno.

Mi fermavo, radicavo a terra, e lasciavo innescare quel fuocherello né caldo né freddo.

Accendevo quell’ansia che mi faceva sentire di essere viva, in quel momento esatto.

“Esisto!” – Poteva essere l’affermazione del mio stomaco, se avesse potuto parlare. 

Sembra banale, ma non lo è affatto. Non è assolutamente facile sentire di esistere – davvero – in un frangente di tempo e spazio, figuriamoci per una bambina. 

Quella sensazione era come una scossa che riassestava tutto, dando la giusta importanza alle cose intorno. Il dovere, che inizialmente mi sembrava insormontabile, d’un tratto diventava al pari di qualsiasi azione quotidiana poco rilevante.

In generale, penso che tutto il quotidiano non possa che ridimensionarsi, quasi appiattirsi, di fronte al senso maestoso di esistere.

Ma come azionare di nuovo quel gioco? E che nome dare a quell’emozione ibrida fatta d’inquietudine, meraviglia, senso pungente di esistere, nonché ansia, brividi e lampioni?
Forse un nome non è altro che un’epigrafe funeraria. “Conviene ai morti.”

E allora, senza un nome, potrei convincermi che quella sensazione esista ancora, dentro di me, anche se in continua trasformazione. Devo solo trovare il suo nuovo innesco. 

Eppure, ieri.

Mi sono eclissata per un attimo, ho appoggiato la fronte al vetro, ero in una palestra, in un grande edificio moderno. Il cielo aveva preso fuoco solo in una fessura dell’orizzonte, sotto un grande copertone blu di nuvole. Le persone intorno si sono affacciate, come se ci fosse qualcosa di terribile a catturare la mia attenzione. (E infatti era un tramonto. Terribile perché crea una forma rara di terrore sublime.)

Ieri insomma, in quella brace naturale di cielo ho sentito come la possessione di un divino. Kairos, Dio del tempo qualitativo. Ho visto il tempo attraversare l’esistere, srotolato davanti ai miei occhi, sconfinato da entrambi gli estremi.

Ecco, su quella superficie c’era un piccolo ロ di spazio che rappresentava me, noi, chiunque, la Terra. Un micro esistere dentro l’eterno. Caspita. Eccomi lì. Quando un mese mi sembra infinito, non è che una ciglia per l’universo.

In quella presenza ho sentito qualcosa di simile a quell’emozione. O l’effetto finale, almeno, è stato lo stesso.

Tutte le cose intorno sono state, d’un tratto, ridimensionate. Il lavoro, le tasse, i doveri: rimpiccioliti. Tutto ciò che componeva la mia vita era in ordine, come dentro un piccolo modellino di casa, stretto gentilmente fra le mie mani. Equilibrata dentro, ma anche fuori. Incastonata nel plastico del piccolo quartiere concesso alla Terra, su quel rotolo, vita natural durante.

Poi sono stata posseduta da un altro Dio. Aion, signore dell’eterno ciclo. Ed ecco un vivere periodico, senza via di scampo, come il tapis roulant che mi sta accanto. La casina di plastica vi è appoggiata sopra e continua a girare su di esso. Non c’è una partenza, né un arrivo.
Infatti non ricordiamo di essere nati, né potremo vivere il morire. Cosa c’è, allora, al loro posto?

Forse un unico sigillo: uno scorrere ciclico.

Di Chronos non ne parlo in fondo, dato che è il Dio che possiede la coscienza, continuamente. Ma che succederebbe se mi svegliassi – davvero – dalla sua finzione del tempo cronologico?

Vivrei per sempre – forse – e da sempre.

E allora ho bisogno di quel gioco, vorrei ritrovare quell’innesco di consapevolezza a cui agganciarmi come a una corda calata dal cielo – un deus in machina – da Kairos e Aion che, per un frangente, uccidono il noioso fratello e mi accolgono nel meccanismo metatemporale. 

Vedere dall’alto la Terra che effetto farebbe? Vedrei la verità o soltanto un’altra forma di finzione?

D’altronde l’io è un punto che si accorge di essere al centro. Da lì prendono forma il tempo e lo spazio.

Se chiudo gli occhi, l’universo scompare. 

2 risposte a “Il gioco

Scrivi una risposta a elyas Cancella risposta