Fuga

Fiutare una traccia di parole non scritte. 

L`odore di solchi – futuri e remoti – scuce il capo fin sopra le nubi, a inseguire scie, abbandonate le membra laggiù, in attesa. Si fa mongolfiera quel volto fuggito, intanto il vento leviga il mondo e non se ne cura. 

Si salpa più in alto, dove le crepe del tempo sbuffano lampi e sillabe chiare. Si immerge il volto, le fessure stridono e le vocali inquiete urtano la pelle con un formicolio d’oro, ancora larve di suono.

Saziano subito, e non serve masticare o riformulare, basta ingoiare senza pretesa di controllo, i segni si mescolano nel gorgoglio del palato e si fanno sillabe, parole e discorsi e pensiero, e il pensiero si inebria e perde il senso della comodità o del conforto, si fa denso di testura e poi implode, ancora, con perdita di massa delle parole, – nuovamente – sillabe, vocali, segni, e infine nullità assoluta, elettrica, sospesa nel movimento ellittico di qualcosa, che non so affatto, che forse è l’essere in vita; il vivere stesso: l’inspiegabile maelstrom nero senza alcun desiderio di sosta. 

Così l’involucro di pelle si fa teso, turgido e incosciente, per poi collassare, perdere lo sguardo fra le pieghe, e di nuovo: ancora ripido respiro di follie. É polmone di bellezza, elastico.

I segni si fanno schioppi come funi in tempesta, i sibili, intima gelosia, sono incagliati nella gola che ha paura di pronunciare. Niente si deve pronunciare, tutto è ostaggio dei i denti e della lingua e guai a lasciarli andare. Leggere senza leggere, tutto è traccia di ciò che ancora non è stato scritto, a labbra serrate, mai mescolare le corde vocali. Il silenzio è più ebbro.

Ma il piacere si conclude, l’imprevisto timore – la ragione – di aver perso l’ultima cima, quella che riconduce l’errante in volo al corpo-ancora, ancora ritto e immobile, dove il vento lima le cose del suolo. Si cercano i residui, forse una corda sottile è ancora tesa. Si torna indietro a fatica, la pelle del volto di nuovo grave. 

Lento e traumatico è il ritorno al corpo.

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23 risposte a “Fuga

  1. Ogni ritorno da un sé misterioso e profondo è stupore che il corpo accoglie, delusione del non essere sempre appieno ma superficie e mediazione mentre già manca la pienezza.

      • Di noi c’è la sostanza calda che fa vivere e che interagisce con il mondo interiore, essa è il coacervo e concentrato d’ogni sentire, insomma il vivere a cui nessuno specchio riesce a dare forma. Del corpo servirebbe ricordare che è membrana osmotica, recettore, offerta e richiesta ad altro corpo che ha corrispondenza. Così non c’è un ritorno ma un viaggiare comune che include l’andare e il tornare.

  2. Non lasci mai indifferente il lettore. Visto il tuo strumento, si può dire che sei come Charles Mingus, anche quando non vai al massimo (e questa non è una delle tue cose migliori benché le ultime cinque righe siano sublimi) riesci comunque ad accendere emozioni forti. Grande Rebecca Mingus.
    Lucio

  3. Quando si ha dentro qualcosa di difficile da eprimere e te lo covi dentro , nel momento dell’esternazione è in perfetto equilibrio si sono soppesate e misurate le parole e anche il sottofondo è intrigante…Pause e silenzi che portano ad esternare emozioni.Dolce sera !

  4. Direi che in questo pezzo non potevi riassumere meglio il tuo modo di raccontarti (di raccontarci, quando ci accorgiamo della sostanza del nostro corpo e cerchiamo di riappropriarcene), almeno è così che a me appari. Ciao

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