


Pitzinurri- Montevecchio – Arbus
27 km
Prima parte.
Quella cresta mi guarda, io la guardo, lei mi riguarda.
Sono attratta sessualmente da una montagna. Vorrei ospitarla dentro di me, prendere la sua forma.
Il tempo ha valore assoluto qui. Non vedo il frutto di un processo geologico, vedo una forza che esiste continuamente in ogni suo stato. Energia che nasce e solidifica in un presente infinito.
Seconda parte.
Sono una sughera.
Passo dopo sono spogliata degli strati più superflui. Non ho più crosta ruvida addosso, sono liscia, puro sopravvivere.
Non ho bisogno di altro che non sia acqua, frutta colta, sonno, dolore e pensieri.
La mia pelle è fatta solo di polvere. Esisto in un odore acre e concentrato di me stessa.
Ma sono alleggerita.
Per adesso. Tanto – prima o poi – la corteccia crescerà di nuovo.



Arbus – Gonnosfanadiga – Villacidro
30km
Tomba dei Giganti, Sa grutta de Santu Giuanni.
Cammino a passo svelto, ma una presenza di pietre mi costringe a voltarmi.
Eccola, la prima tomba dei giganti che incontro. Mi spoglio subito di tutti i miei pesi, lo zaino, le bacchette, ogni dispositivo, li lascio fuori dal confine dell’esedra.
Entro con lentezza nello spazio sacro.
Una brezza fresca, pre-alba, mi ricorda quanto sono leggera adesso, trattengo quasi il respiro per rendermi invisibile.
Entro con cautela nella camera funeraria, ci sono due aperture in alto che illuminano in parte il corridoio. Raggiungo il fondo che si chiude con una convergenza delle pareti.
Mi siedo su una pietra, rivolta verso l’apertura.
Il silenzio è denso, ovattato, ho l’impressione di trovarmi nei pressi di un fiume sotterraneo.
Lo scorrere di cose buie, piccoli zampilli lontani. Improvvisamente ho sonno, vorrei dormire qui.
Esisteva, un tempo, il rito dell’Incubatio, nei luoghi sacri dedicati a Esculapio, dio della medicina. Il malato dormiva in quel luogo allo scopo di ricevere consigli o la guarigione stessa.
L’Incubatio era un rito di trasformazione e utilizzava proprio il sonno, e il sogno, come tramite per accedere al sacro.
Il sonno è una morte iniziatica. Hypnos e Thanatos, in fondo, sono fratelli e figli della stessa madre Nyx, la notte.



Appunti su Domus de Janas, Diana, Giano, protomi bovine.
Villacidro è un paese famoso per le cogas, figure della tradizione popolare sarda assimilabili alle streghe. Le cogas sono spesso descritte come donne dotate di poteri soprannaturali, capaci di provocare malattie, succhiare il sangue o trasformarsi in animali come gatti, mosche o serpenti.
Le cogas vengono talvolta considerate, nella tradizione folklorica e nell’immaginario moderno, come una degenerazione o una trasformazione delle Janas, le celebri figure femminili della Sardegna popolare. Le Janas sono generalmente descritte come esseri soprannaturali, piccole donne dotate di poteri magici, abili tessitrici e custodi di ricchezze nascoste. La tradizione popolare le associa alle tombe ipogeiche preistoriche chiamate Domus de Janas, letteralmente “case delle fate” o “case delle Janas”.
Il rapporto etimologico fra Janas e la dea Diana è stato spesso proposto, così come quello con Giano. Il nome potrebbe conservare stratificazioni linguistiche e religiose molto più antiche. Tuttavia, l’associazione simbolica è suggestiva: Diana è la dea della luna, della caccia, del selvatico e dei luoghi liminali, mentre Giano, Ianus, è il dio romano delle porte, dei passaggi, degli inizi e delle transizioni. Il suo nome è tradizionalmente collegato a ianua, la porta. Giano guarda contemporaneamente in direzioni diverse. Una delle sue facce è rivolta al passato e l’altra al futuro, al prima e al dopo. È quindi una divinità delle soglie, proprio come le Janas, che nell’immaginario popolare abitano luoghi posti simbolicamente fra il mondo dei vivi e quello dei morti.



In antico, i momenti di passaggio dell’anno erano particolarmente importanti e i solstizi rappresentavano due grandi soglie cosmiche. Nell’interpretazione tardo-antica e soprattutto neoplatonica, resa celebre da Macrobio e da altri autori, il solstizio d’estate e quello d’inverno potevano essere interpretati come le “porte” attraverso le quali le anime passano fra il mondo umano e quello divino. Il solstizio estivo, quindi, posto vicino alla festa di San Giovanni Battista del 24 giugno, corrisponde simbolicamente alla fase in cui la luce comincia a diminuire – la porta mortale degli uomini – mentre il solstizio invernale coincide con il momento in cui, dal punto di massima oscurità, la luce ricomincia a nascere, ovvero la porta degli dei. I due San Giovanni, Battista ed Evangelista, sono effettivamente collocati nel calendario liturgico in prossimità dei due solstizi: il Battista il 24 giugno e l’Evangelista il 27 dicembre.



Nelle Domus de Janas troviamo spesso le false porte scolpite, elementi che probabilmente rappresentano la soglia fra lo spazio dei vivi e quello dei morti. Accanto a questi elementi, molto spesso sopra le stesse porte, compaiono frequentemente protomi bovine, corna e motivi taurini. Il toro o il bovino costituisce infatti uno dei simboli più importanti dell’arte funeraria prenuragica sarda. Le corna possono richiamare la forza lavoro o la forza fecondatrice dell’animale, ma la loro forma è stata spesso messa in relazione anche con la falce lunare. Non sappiamo esattamente quale significato attribuissero gli autori delle tombe alle protomi bovine. Probabilmente protezione, abbondanza nella “nuova vita”, ma anche liminalità, quando sono poste sulle false porte. Oppure mostrare un valore sociale “accumulato”, o anche avere una funzione apotropaica, vista la reputazione dei tori: grintosi, violenti e aggressivi.
Anche le Tombe dei Giganti, appartenenti alla civiltà nuragica e diffuse soprattutto nel II millennio a.C., presentano una struttura che, vista dall’alto, può ricordare schematicamente una testa taurina: la grande esedra semicircolare può essere interpretata come una rappresentazione simbolica delle corna. Secondo altre interpretazioni, questa stessa forma può ricordare anche un utero.



A questo stesso periodo mediterraneo appartiene la questione degli Shardana, citati dalle fonti egizie fra i cosiddetti Popoli del Mare. Nelle raffigurazioni egizie alcuni guerrieri identificati come Shardana indossano elmi muniti di corna e, in certi casi, di un elemento circolare o discoidale. L’associazione fra gli Shardana e la Sardegna è stata proposta da numerosi studiosi, soprattutto per l’assonanza fra i nomi e per alcune possibili analogie archeologiche (bronzetti sardi che rappresentano guerrieri dotati di elmo taurino, scudo e gonnellino), ma rimane una questione discussa.
Secoli dopo, con l’arrivo dei Fenici e poi con lo sviluppo della Sardegna punica, il mondo sardo entra in relazione diretta con nuove divinità e nuovi sistemi religiosi mediterranei. Tra questi troviamo Baal Hammon, una delle principali divinità del mondo punico, generalmente associata alla fertilità, al ciclo agricolo e, in alcune interpretazioni, anche a dimensioni solari e cosmiche. La sua iconografia spesso presenta una testa di toro, o ariete. La grande madre fenicia è Tanit – il volto stesso di Baal – rappresentata da una figura femminile stilizzata, formata da un triangolo (il corpo), sormontata da un cerchio (la testa), due braccia aperte rivolte verso il cielo e infine una falce lunare rovesciata in alto.


Il toro possiede naturalmente una lunghissima storia simbolica anche nel mondo egizio. Apis era il toro sacro di Menfi, considerato manifestazione vivente del dio creativo Ptah. Veniva riconosciuto attraverso particolari segni fisici, come ad esempio una mezzaluna sul fianco, e, dopo la morte, veniva associato a Osiride nella figura di Osiride-Apis, da cui deriva la forma greco-egizia di Serapide. Il culto di Serapide e le influenze religiose egizie raggiunsero in epoca ellenistica e romana molte regioni del Mediterraneo, comprese appunto alcune città della Sardegna.
Bisogna, tuttavia, tenere conto della distanza cronologica fra questi mondi. Le Domus de Janas appartengono infatti al Neolitico recente e all’Eneolitico, quindi fra il V e il III millennio a.C. Sono molto anteriori alla presenza fenicia, punica e romana sull’isola. Dunque le corna bovine è presente nel mondo prenuragico, ricompare nel mondo nuragico, attraversa il Mediterraneo fenicio-punico, appartiene profondamente anche all’immaginario egizio, greco e romano. Eppure non possiamo sempre stabilire una linea diretta di causa-effetto. Viene da chiedersi: chi ha influenzato chi? Forse, in alcuni casi, possiamo davvero parlare di contatti, scambi e influenze culturali.



C’è anche un’altra questione. Per molto tempo ho ritenuto che le protomi bovine fossero tori, ma se invece fossero mucche? La somiglianza con la falce lunare potrebbe avvicinarle al mondo del femminile sacro. Dentro queste tombe ipogee non mancavano mai le statuette della dea madre.
Se pensiamo alla Labrys, la falce bipenne connessa al femminile sacro nella civiltà minoica, si può osservare come il termine abbia dato origine all’odierno “labirinto”, tradizionalmente associato al labirinto di Cnosso e, attraverso questo, alla leggenda del Minotauro. In questa prospettiva, la dea madre sembra essere stata, fin dal mondo neolitico, in qualche modo connessa a una figura dalle corna bovine. Potremmo anche vedere nel Minotauro l’incarnazione di una forza selvatica maschile che, in fondo, è intrappolata nel labirinto degli istinti, ovvero in quella dimensione del femminile irrazionale che, secondo Jung, è rappresentata dall’Anima.
Magari un tempo quel luogo era dedicato a una figura bovina femminile, prima del sopravvento degli dei solari maschili.



Per concludere, forse ciò che dovremmo davvero chiederci è: perché certe immagini ritornano? E che valore originario avevano nel Neolitico, lontano dall’uso della scrittura, dalla letteralizzazione e dalla canonizzazione del culto?
Probabilmente non esiste un significato inequivocabile, stabile nel tempo, ma un flusso psicologico di figure archetepiche inevitabili per l’inconscio umano, in continuo divenire, nello spazio e nel tempo.