Viaggio nel simbolico sardo – 1

Diario sul Cammino Minerario di Santa Barbara

Firenze – Cagliari – Iglesias

Un cammino è l’occasione di dedicarsi alle “cose dentro” per accorgersi che, in fondo, queste coincidono quasi sempre con le “cose fuori”, specialmente se si attraversano spazi naturali. 

Adesso sono un libro aperto – e vuoto – le pagine sono color avorio, nessuna scritta, nessun segno.

Coincido con quella speciale proprietà del vuoto di accogliere le potenzialità del tutto. 

Perché il vuoto è una cavità riempibile, una densità di assenza che diventa essenza. Basta ruotare la “a” di 180°, trasformandola in “e”.

So che il mio corpo è una carta già fitta, è un codice antico i cui segni sono in continua mutazione, cicatrizzano, scompaiono, emergono.

Iglesias – Nebida. 

20 km

I raggi trasversi dell’alba scolpiscono una struttura a tre torri. Ho un colpo al cuore appena la scorgo su un’altura. Sembrano tombe antiche, c’è un’aura di sacro, immobile. È un passaggio. Se dovessi immaginare la porta del mio aldilà, assumerebbe esattamente quella forma, quell’atmosfera rivelatoria.

In questo altrove regna un silenzio denso, intriso di Lentisco e Elicriso umido. Non si vede nessuno, vago e sono sola, fra ruderi e grotte scavate. Il paesaggio esterno coincide esattamente con quello interno. Esiste davvero un confine fra me e l’altrove?

Ci siamo impastati a vicenda in millenni e millenni di inconscio collettivo.

Raggiungo una gola nella roccia e mi prende una sensazione inspiegabile. Mi dico che questo è uno di quei luoghi in cui il mio corpo va totalmente in tilt. Sporgendomi, ogni arto trema di paura. Non riesco a scorgere il fondo. Sono sicura che non sia una banale vertigine, è qualcosa di ben diverso, infatti mi accade solo nei pressi di gole di questo tipo, scavate nella roccia. 

Ho paura che il mio corpo sia preso da un desiderio irrazionale e improvviso di lanciarsi laggiù, non per un istinto suicida, ma per una smania di attraversare lo spazio in modo più penetrante, definitivo. 

Scopro che si chiama “appello del vuoto”, è una voce intrusiva che dice: “E se mi buttassi?”
Una vertigine esistenziale si aggancia alle mie membra.

Cerco di sporgermi, solo per capire almeno l’altezza, ma il corpo vibra ancora. Così lancio un sasso senza guardare, e attendo il suo suono sul fondo.

Nebida – Buggerru

33 km

Prima parte.

Mi sono alzata troppo presto. Devo affrontare un sentiero stretto nella vegetazione, ma è ancora buio. Ho acceso una torcia e alcune creature inesistenti si sono proiettate sul suolo.

Esiste una profonda differenza fra la paura animale e la paura umana. Quella umana non è sempre presente, è intangibile, quasi astratta, perché legata a sovrastrutture mentali, infatti può essere legata al lavoro, all’abbandono, alla pressione sociale. 

Quella animale invece è continua, è materica perché si trova in qualsiasi cosa: un fruscio inaspettato, un odore improvviso. Tutto è paura. Per questo l’animale selvatico vive in un costante stato di allerta.

Camminare nel bosco buio mi costringe ad uno stato simile, costante: l’udito si acuisce, diventa il primo senso, dopo la vista. Ogni pochi passi mi fermo per ascoltare, e quando arriva anche un minimo ronzio, la pelle sussulta. 

Ammetto che un po’ mi piace, sento finalmente di indossare il mio corpo, la mia presenza. La bolla di confort cittadino effettivamente scollega dai sensi, dai brividi, dal battito accelerato che sembra bussare sotto il petto. 

È come ripescare un senso di esistere antico, in cui la paura è l’unica forma di sopravvivenza. 

Seconda parte. 

Tutto è codice. 

Guardo le pietre riemerse dalla terra rossa. Sono erose dalla pioggia, ma hanno anche una particolarità che non so spiegarmi. La superficie è graffiata e incisa in vari punti. Quei segni formano una sorta di calligrafia sconosciuta. Non è opera dell’uomo, ma della natura, è un messaggio segnico non decifrabile.

Ogni cosa, per l’uomo, deve corrispondere un significato. Il senso e il significato sono archetipi quasi impossibili da scardinare dalla nostra coscienza. 

Ma voglio imparare a de-letteralizzare. Distruggere il desiderio di significato per accogliere la penetrazione dei segni. 

I codici della natura devono attraversarci come pura informazione senza senso. E questa è una particella elementare senza massa: un’informazione non informazione, come un fotone. Non sono elementi da interpretare, a cui attribuire concetti, parole o qualità. Bisogna lasciarli entrare, senza tentare il controllo.

Terza parte.

Entro in una grotta e una zona illuminata cattura la mia attenzione. C’è una fessura in alto. Sotto di essa un cumulo di pietre. La luce cade morbida sopra di esse. Mi avvicino e noto alcuni frammenti ossei, quattro mandibole di pecora, leggere e bianche.

C’è il sapore della rivelazione, somma: ierofanica. 

Fuori dalla grotta le pietre erose formano una sorta di tempio. 

Un fico maschio fa da guardia ad un’altra fessura nel muro che sembra un utero, le pareti sono rosso ocra. 

Adesso ne sono sicura, un tempo c’era Pan in questo luogo. Lo sento nella vitalità dei simboli, nell’erotismo solitario, nel senso di abbandono. 

Ma è morto, non so bene come e quando. 

La sua forza si è calcificata sulle pareti, sulle rocce antropomorfe, è solidificata nel legno maturo, è cristallizzata in un fascio di luce. 

È così che sopravvive.

Quando ti avvicini a questo luogo il sole si dilata, il vento smette di soffiare.

5 risposte a “Viaggio nel simbolico sardo – 1

  1. Tutto il racconto è sognante ed illuminante al tempo stesso ma il paragrafo “Ma voglio imparare a de-letteralizzare. Distruggere il desiderio di significato per accogliere la penetrazione dei segni.” è stupendo in quanto ci sprona ad osservare quanto ci si para davanti senza far nulla se non immergersi in quello che stiamo guardando, senza dire nulla.

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