

Villacidro – Montimannu
18km
Il cavallo morto.
L’odore di una carcassa è come una voce acre e legnosa. Si aggancia ad una brezza e, su quella traiettoria, viaggia costante, in attesa di scontrarsi con un corpo vivo. È come se sussurrasse “sono qui”, a modo suo, ma non è detto che voglia essere trovata.
È una corda impalpabile che, salendo su per il naso, si lega alla coscienza e non puoi fare altro che seguirla, cercarla, anche se non vorresti, anche se è estremamente sgradevole.
Ti trascina verso la sua origine, come un’ipnosi.
Quando infine trovi il mucchio incartapecorito – dai colori inconfondibili della scarnificazione – ecco che la bocca del vivo e quella del morto finalmente si congiungono in una smorfia spalancata.
L’una di stupore, orrore. L’altra di assenza e vuoto.



Arenas – San Benedetto
28 km
Prima parte.
Ci vogliono almeno quattro giorni prima che il corpo si assesti al cammino.
Compaiono i dolori, la bassa tolleranza al sole. Continui a sistemare lo zaino che sembra sempre troppo pesante, sempre troppo sbilanciato.
All’ottavo giorno di cammino, invece, lo zaino ha preso la forma della schiena, non pesa più come prima, nonostante sia più pesante. Le spalline aderiscono perfettamente, le scarpe hanno preso la forma dei piedi e i piedi quella delle scarpe.
Il corpo è sbloccato. E finalmente fa ciò per cui è programmato, andare avanti.
Anche i pensieri trovano un equilibrio nella pendenza dei dislivelli. La loro portata assume una forma direzionale, chiara, come una strada che, in fondo, conduce laddove non è così importante arrivare.



Seconda parte.
Mi sono fermata a guardare le rovine del tempio di Antas. Era nudo, sulla cima della collina.
Intorno, nessuna vegetazione, solo un tappeto di erba secca.
Poi ho osservato il disegno di La Marmora, lo scopritore del tempio nel 1838.
Quello schizzo invece mi ha smosso qualcosa.
Nella sua vignetta, due figure umane – minuscole – sono inghiottite da un bosco di sughere, che ho scoperto da poco essere un albero molto attraente. Fra loro si intravedono anche le rovine del tempio, sbriciolate e sparse come massi, ma in secondo piano.
Ecco, d’un tratto, il sublime. Lo percepisco proprio nel ricordo dipinto da La Marmora. Riguardo quelle sughere disegnate e capisco che sono loro le vere colonne. Che non c’era affatto bisogno di rimuovere i loro tronchi dal sito, né di riassemblare le pietre cadute.
È quella la vera adorazione di un divino. Lasciare che la natura spezzi, sparpagli, divori tutto ciò che pretende di rappresentarla in modo duraturo.
Così riguardo il tempio del presente, quello vuoto, depilato, e non provo alcuna sacralità.
Chissà che meraviglia per La Marmora, trovarsi in quel luogo, in quel tempo, dove la copia è soppiantata da ciò che vorrebbe imitare. Dove il sacer, levigato da secoli di congetture, ritrova un volto autentico: non decadente, ma ospitante, trasformativo.

