Lettera a G

rebecca lena racconti controra (7)

Marzo 2019

Caro G, finalmente ti scrivo, tu non mi conosci perché sei morto ormai da due anni, al contrario io ti conosco da sempre, senza aver mai scambiato con te neanche una parola. Questa lettera comincia con la fine di Gennaio 2017, il giorno in cui posasti il fucile sulla fronte. 

Tu non mi hai mai nemmeno immaginata, ma questo non mi impedisce adesso di legarti dolcemente questa lettera, come una corda, intorno alla vita. Ti ho preso.

Un giorno ci andrò in quel cimitero a B., a controllare quale brutta foto ti abbiano inchiodato, giuro che ci vado. Non che abbia davvero bisogno di trovarmi a due metri dalle tue ceneri per scavarmi la buca nell’impronta che hai lasciato in questa dimensione. 

Guardo il tuo viso nelle foto o nei video-reliquie del Web e ho come l’intuizione che debba essere accaduto qualcosa fra noi, non so bene dove e quando. Tu hai i tipici lineamenti delle persone che incontro intensamente, che ho amato, o che mi hanno amato. 

Tuttavia qualcosa deve essere andato storto, nel passato, forse un piccolo battito d’ali differente da come sarebbe dovuto essere, la cui reazione clamorosa ha provocato il nostro mancato incontro. Sono certa che se quel granello di polvere non avesse urtato certe ali adesso tu saresti qui. 

19 maggio 2017

A volte penso di poter compiere la mia opera più grande non creando opera alcuna. L’unica persona ad aver davvero bisogno del mio assemblare in fin dei conti sono io.

Dovrei liberarmi da questa velenosa attitudine a voler fare certe cose perché sono “salutari”, come uscire, confrontarmi con gli altri, fare l’amore, avere contatti col mondo. Sono salutari alla mente, ma troppo spesso ignoro lo stare bene veramente nel compiere queste azioni col dover stare bene compiendo queste azioni.

So che è “giusto” assecondarla, altrimenti vivrei al pari di un’ameba che contempla l’universo dietro al soffitto.

Credo che anche tu fossi imprigionato nello stupor immobile della malinconica nostalgia di qualcosa che non sapevi bene cosa fosse.

L’ho letto il tuo piccolo libriccino sospeso in qualche sito sconosciuto. “The Now Era”, l’era dell’adesso. 

E quel giorno, mentre mangiavo salmone crudo (era il 17 Dicembre 2018), ho realizzato infatti che il presente è eterno e che non esiste la nascita e non vi sarà fine (l’ho lasciato scritto anche sulla tovaglietta di carta).

L’essenza dell’esistere è dilatata all’infinito dall’ora, dall’adesso.

Tutto si risolve nella coscienza sensoriale dell’io presente. Non esiste alcun tempo, il passato e il futuro sono esercizi di stile e masturbazioni del pensiero. L’unico tempo autentico è quello che si diluisce lungo i bordi dell’individualità intuita. E l’io è l’intuizione del tempo presente, eterno. 

Sai, G., la morte non esiste, e se un giorno questa decidesse d’un tratto di esistere, per me, forse non me ne accorgerei affatto. 

Tu invece hai fatto molto di più, non ti sei lasciato inconsapevole di fronte al suo nascondino. Tu l’hai scovata dietro al cespuglio e le hai sparato in faccia.

Come vedi non vi è un tempo preciso in questa lettera, salto nel passato quando mi pare e piace. Ti scrivo da ogni luogo e da ogni momento della mia vita.

Adesso sono finalmente nel mio sarcofago, circondata dalle ricchezze che mi assicurano il viaggio propizio verso l’aldilà della mia memoria.

Le ossa, le foto, le cose strane trovate per terra. E la mia musica. Con quella frequenza che più si avvicina alla nostalgia.

Spesso, almeno ultimamente, in questa primavera 2017, percepisco un retrogusto amaro dietro ai miei pensieri. A volte molto forte, altre quasi irrilevante. È il retrogusto di una triste consapevolezza: il fallimento. Anche se non credo sia un sentimento naturale, il sapore è amarognolo, proprio come ciò che non appartiene naturalmente alla coscienza umana. É una sostanza che proviene dall’esterno, insinuatasi a piccole dosi, come pilloline dolci incartate dentro tutte quelle storie che hanno ubriacato il nostro percorso infantile.

“Sei speciale, sei unico, sei il prescelto, sei diverso, sei l’eletto!”

Queste erano le caramelle nascoste nei nostri film preferiti, nei giochi, nei regali. Tutta la mia generazione crede di essere più speciale e talentuosa di quanto non sia. Ma prima o poi, inevitabilmente, la sensazione amara di aver deluso le aspettative compare dal fondo del palato dei venticinque anni. Fino al primo scalino dei 27 che molti decidono di non superare (tu ne avevi compiuti appena 28).

Siamo tutti quanti “uomini che potevano fare miracoli” e che in fin dei conti, per voglia o per effettiva incapacità, non siamo riusciti a compiere.

Anche io, lo ammetto, faccio parte di questo gioco di ruolo. Ogni tanto il fantasma dell’amarezza compare sulla mia lingua. Anch’io tendo e percepirmi istintivamente speciale, unica, brava e destinata a opere importanti, sopra la media, ma in fin dei conti rimango lì, a cavallo del 7 e il 7 e mezzo, rinchiusa in un numero mediocre di like. Prigioniera del fatto che il valore possa davvero essere determinato dal quel numero.

L’unico modo per sconfiggere questa delusione è ammettere, nel profondo, la propria mediocrità, la normalissima intelligenza, il banale pensiero, la sconfinata ignoranza e, dove possibile, celebrarla. Il più possibile. Innalzarla a sublime. 

Forse avrei potuto dirtelo, o almeno avrei potuto tentare di convincerti che la tua mediocrità era sacra.

L’8 Giugno 2017 mi sentivo un’ovatta. Una calza ripiena di ovatta pressata; le articolazioni erano fili legati intorno. Camminavo a fatica con una percezione di gonfiore ovunque distribuito che mi attutiva il circolare di ogni sensazione e dunque ogni emozione. Camminavo senza peso, senza stupore o volontà alcuna. Senza desiderio né amore.

Ti dico, è così sublime il non fare, ma il non sentire lo è ancor più. Ipersublime. 

Camminavo sì, ma per la corrente d’aria o per un meccanismo involontario di automa.

So di poter fare miracoli, eppure non voglio. Non voglio fare niente. La non-azione pare avvicinarmi con più chiarezza all’io che è vero e che è autentico, l’io che è immobile e sospeso, inutile, l’io morto che in una notte qualunque, per pochi secondi, sogna la vita.

O semplicemente non voglio fare per pura disobbedienza.

Un mese più tardi circa, il 13 Luglio 2017 mi sdraiavo in terrazza.

Avevo il nichilismo all’ennesima potenza. Come una patina di sporco sopra il vetro della vista. Comprimeva i picchi di luce e mi precludeva dunque ogni forma di stupore.

Non sono poi così sicura che si tratti di “nihil” in fin dei conti. Non so se c’entra il nulla. C’entra piuttosto la lucida consapevolezza della ragione dentro l’assenza di ragione. L’inesistenza chiara e palese del valore nel senso. 

Non è che niente abbia senso, piuttosto è che tutto ha ragione di non averlo.

Ogni cosa collassa su se stessa nel buco del presagio, scientifico e puntuale, dell’imminente cessazione di esistere.

A cosa giova l’azione, l’ambizione, la ricerca, la soddisfazione, all’essere un’inesistenza, o meglio, all’essere io un’assenza che lascia dietro di sé tracce decomposte e ammuffite. 

L’unica azione che acquisisce senso nel mio esistere – mascherato di fiori e che cela sotto ai petali una celebrazione del non esistere – è la non azione, come già ti ho detto. L’immobilità delle forze cosmiche, l’irrigidimento dei muscoli e dei pensieri, le pupille inchiodate, la sopravvivenza passiva e indifferente ai propri sensi.

Ma è successa una cosa, il giorno dopo: il 14 Luglio 2017.

Passavo davanti al parco giochi affollato con le stesse sembianze di un mutaforma alieno. Poi sono tornata a casa e, non ricordo bene dove, forse sul divano, ho visto aprirsi una crepa ad altezza dello sterno.

È accaduto davvero, mentre sospiravo pesantezza soffocata dalle pareti vitree del nulla è sopraggiunto il ricordo di G, tu. Con un picchiettio sicuro hai aperto la crepa, che si è fatta voragine e da lì niente è stato più inghiottito, piuttosto nitidezza e colore ne sono stati sputati fuori.

Mi chiedo cosa possa essere G. Uno spirito? Un’idea? Un Dio? Un simulacro di qualcosa?

E poi, in quel fluire di roba dal mio petto, l’ho capito.

Forse egli – tu – altro non sei che una statuetta nascosta in fondo al buio tra cuore e polmoni. Di un colore caldo e fluido come il glauco. 

Sì, ne sono certa, sei proprio la consistenza dolcissima di un segreto suicida, di una raggiunta verità intima e celata al resto del mondo, tu.

Ho capito davvero quale fosse la mia attrazione per te, spiritello mio: la tua essenza simbolica, piccolo totem dell’imprevedibile disobbedienza a qualunque cosa e, ancor più, della sublime disobbedienza a se stessi. 

Tu sei il segreto buio dell’io, sei l’essenza dell’assenza di senso, l’imprevedibile, il dito medio, così maestoso e imponente, eretto di fronte al mondo.

Ciao G. Ci vediamo al prossimo, giusto, battito d’ali.

24 risposte a “Lettera a G

  1. Credo che potrei essere tua madre (mia figlia, se ho capito bene, ha proprio la tua età), ma in molti pensieri che hai scritto ho trovato cose “anche” mie. Ma mi colpisce il fatto che tu le abbia sentite e capite così presto. Ho letto fino in fondo perciò, almeno per oggi, mi sento straordinaria :)

    “Non che abbia davvero bisogno di trovarmi a due metri dalle tue ceneri per scavarmi la buca nell’impronta che hai lasciato in questa dimensione.” (amavo molto, ricambiata, mio padre, ma delle visite al cimitero non ne sento alcun bisogno)

    “A volte penso di poter compiere la mia opera più grande non creando opera alcuna.” (la penso esattamente così, malgrado tutti mi abbiano sempre spinta a scrivere, solo perché so scrivere bene: come se bastasse! Per fortuna, anche io sono disobbediente)

    “Dovrei liberarmi da questa velenosa attitudine a voler fare certe cose…, come uscire, confrontarmi con gli altri, fare l’amore, avere contatti col mondo.” (è un ‘lavoro’ che dura tutta la vita – almeno nel mio caso – un lavoro di difesa, protesta, disobbedienza – e ha i suoi prezzi da pagare, ma vorrei incoraggiarti e assicurarti che, gratta gratta, le persone come noi non sono così poche)

    “stupor immobile della malinconica nostalgia” (espressione perfetta: me la segno!)

    “Tu invece hai fatto molto di più, non ti sei lasciato inconsapevole di fronte al suo nascondino. Tu l’hai scovata dietro al cespuglio e le hai sparato in faccia.” (quanto rispetto, in queste parole)

    “… il retrogusto di una triste consapevolezza: il fallimento.” (nello Zen e la manutenzione della motocicletta, Pirsig ha scritto molto, e molto bene, su questo tema: ovviamente mi ha colpito, in lui e in altri autori, ora anche in te, perché mi riguarda)

    “L’unico modo per sconfiggere questa delusione è ammettere, nel profondo, la propria mediocrità, la normalissima intelligenza, il banale pensiero, la sconfinata ignoranza e, dove possibile, celebrarla. Il più possibile. Innalzarla a sublime.” (ci sei arrivata presto: chapeau!)
    “… è così sublime il non fare, ma il non sentire lo è ancor più…” (questo mi lascia perplessa perché il non sentire è un’impresa titanica, almeno per me)

    “Non voglio fare niente. La non-azione pare avvicinarmi con più chiarezza all’io…, l’io che è immobile e sospeso, inutile, l’io morto che in una notte qualunque, per pochi secondi, sogna la vita.” (eh, pare anche a me, però io avrei scritto: l’io sofferente che però ama la vita”; un po’ sempliciotto, ma tant’è…)

    “O semplicemente non voglio fare per pura disobbedienza.” (La disobbedienza, a volte è un’inclinazione naturale, altre sembra una necessità: così come c’è quella civile, c’è anche quella esistenziale)
    E andiamo avanti, cara, col dito medio sempre ben in vista, “maestoso e imponente”, ma anche potente!

    P. S. Scusami per il “commentone”, se vuoi puoi cancellarlo. Non mi offendo. Anche su questo sono disobbediente: tutti si offendono? Beh, io no.

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