Éphémère

Ricordo il vitreo bulbo oculare di una volpe appena morta. Voragine muschiosa, sospesa nel nulla. 

Avevo provato a raccoglierla dalla sua zampa ossuta – scricchiolii di un corpo appena investito – ma scivolava fra le dita. La spostai a lato della strada, il muso ritorto pesava di assenza. 

Una carezza ultima gliel’ho voluta dare mentre un ragazzino, fermatosi anche lui, mi chiedeva se fosse ancora calda. “Funzionano anche loro come noi?” Disse, ma non sono sicura di aver inteso davvero il significato di quella domanda. “Bè, non è ancora fredda, forse è morta da una ventina di minuti”, provai a rispondere. 

Siamo noi ad attraversare le cose, il bosco. Tutto è bosco anche senza alberi.

E poi la notte, addormentata, ricordo di aver corso nel mio sogno e lei mi seguiva, quella volpe, saltava e correva fra gli alberi, vivace, ma non si faceva toccare. La persi quasi subito. Io delusa e sollevata tornai a casa. Spiai dall’oblò della mia roulotte tutta la notte. Osservavo il buio di cespugli sperando che si animassero all’improvviso. Volevo che tornasse da me. 

D’un tratto, al mattino, lei tornò, ma senza pelliccia: la vidi: traballante e spaesata. Solo un corpo nudo di donna, adulta, con un ventre, l’ombelico e i capelli crespi. La bocca era dipinta di terra fino al mento, una leggera peluria d’oro brillava su braccia e gambe. Le andai incontro e la baciai, quanto era morbida, esile. Rimase inginocchiata, inesperta nelle sue gambe, con la testa fra le mie mani, vicina al mio ventre. Toccai le sue labbra e le riempii di fiori, poi baciai la sua fronte e lei socchiuse gli occhi, forse addomesticata dalla sua nuova debolezza. 

Presto mi accorsi che il suo corpo era scosso da scariche irregolari e, quasi bruscamente, gli arti cominciarono a tremare. L’adagiai subito vicino ad una pietra e le strinsi la mano, lei soffriva senza emettere alcun suono, la gambe leggermente divaricate come a voler partorire. 

D’un tratto un tuono in lontananza lo vidi spaccare il cielo e lasciar filtrare una densa nube di cenere. Non sapevo che un universo aldilà avesse iniziato a bruciare. 

Il corpo di lei, tremando, cominciò a perdere contorno; incrociai le sue dita scure e mi accorsi di ciò che teneva stretto, una piccola pietra vitrea, muschiosa. La presi e la imbucai frettolosamente nella tasca. 

Il suo viso cominciava a scricchiolare. Tremolii di nervi, sabbia. Provai a baciare la sua bocca socchiusa ma la sentii sfaldarsi sotto la mia pressione, anche le dita si fecero sabbia.

Vidi lo spacco del cielo che continuava a riversare cenere sulla valle. Mi voltai nuovamente ma di lei non rimaneva più alcuna forma. C’era una lieve piramide ocra accanto alla pietra. Lei era svanita, la mia volpe. Ed io seduta lì accanto, con la bocca polverosa.

Un boato terribile, d’un tratto: la nube avanzava e sapevo che avrebbe sparpagliato ovunque quella sua sabbia brillante. Feci per prenderne una manciata, ma fuggì.

Raggiunsi la mia roulotte, ero al sicuro. Scavai nel fondo della tasca per trovare quel piccolo oggetto che mi era scivolato fra le dita. Fuori la cenere infuriava tra gli alberi. Lo guardai da vicino e capii: era un bosco, un micro-bosco vivo dentro una sfera. Le punte minuscole dei suoi albeti fluttuavano, stormi di microorganismi esplodevano fra i rami. La accostai all’orecchio e credetti di sentir provenire un ronzio, un grido lontano. La strinsi fra le mani mentre fuori tutto si faceva buio.


Approfitto per ringraziare Maurizio Grasso per la bellissima recensione di Racconti della Controra.


 Racconti della Controra è disponibile su:

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32 risposte a “Éphémère

      • [A mo’ di contro-recensione]
        Ciao Rebecca :-)
        Leggendoti un po’ alla volta, camminando passo passo nella tua scrittura, ho raccolto nel tempo diverse impressioni. Forse, nel tentare di ritrarti, ho sovrapposto il mio profilo al tuo, e forse, quello che scorgo nel mio futuro, è quello che auguro al tuo. Io ti auguro, semplicemente, di diventare quello che già sei: una visionaria, poetessa della poesia scritta e fotografica, come d’ogni altra forma tu scelga per te. Tra queste mie parole, spetta a te trovare quelle che meglio ti corrispondano. Premetto che io, a differenza di altri, non ti auguro affatto di diventare una scrittrice di romanzi. Più che un genere letterario, quest’ultimo è un genere economico. Tutto quello che Vive nella scrittura è relativamente breve, o suddiviso in parti brevi, come accade nelle “opere lunghe”. La brevità è strutturale, questione di respiro. Non credo neanche ti si debba legare al genere del racconto: a volte raccontare è una forzatura, la ricerca di un legame tra sensazioni che in verità possono vivere slacciate, e che, a udirle, esaudirle per quello che sono, non chiedono altro. Altrimenti raccontare, raccordare a tutti i costi, diventa un’impostura. Il raccordo in sé ha sempre qualcosa di secco, macchinoso, dovuto: quando le cose si legano in un ordine, una sequenza, un montaggio, si inizia a sentire lo scricchiolio del linguaggio, e poi la sua morsa metallica scattare, da sotto il fogliame, e catturare la creatura che fino a quel momento si era creduta perfettamente libera. Meglio non affidarsi troppo all’arte del montato, che finisce così spesso col rendere le cose uniformi, verosimili, fittizie. Meglio lasciar spazio al girato, con le sue punte acide e vibranti, come credo diresti tu. Secondo me, tu hai saputo aggirare il genere del racconto, in tanti modi, già nel tuo primo libro. Vedi, ad esempio, “Diario di polvere lasciato su una mensola”. E non solo… Tu non hai bisogno d’alcun genere per scrivere, così come un uccello non ha bisogno d’alcuna gabbia (a parte la toracica) per volare… per me le due cose hanno la stessa evidenza, ovvia fino all’assurdo.
        Più che raccontare, tu tendi a descrivere, scavare in descrizione, contemplare fiutando affetti, frugando emozioni. La tua è una fotografia immobile, virtualmente vorticosa, fissa nel suo riquadro: una visione ai sali d’argento. Viene meno così la dinamica esteriore, accessoria, tipica di molta narrativa. La memoria, poi, appare a tratti, più che altro, io credo, come una tentazione a cui non vuoi cedere, forse perché non diventi più di un’occasione, forse semplicemente perché vivere nel passato non è da te, che vivi ogni giorno nello stupore. In quello che scrivi tu celebri le avventure del tuo stupore, il tuo ora, ovunque, stupefarti intenso, gioioso, goduto, turbato in modo magnifico quando scopri, sotto: “la meraviglia quiescente”.
        D’altra parte, mentre leggevo alcuni tuoi racconti pubblicati tempo fa, ho come intravisto un’altra pista da te seguita, che forse corrispondeva a una tua domanda, un dubbio, una prova. Osservavo che il tuo lavoro di scrittura sembrava voler smontare il linguaggio, facendolo vacillare, inciampare, cadere su un terreno dissesto, un lastricato infranto, come in una casa in rovina o lungo una strada con “degrado da radici” (espressione che amo). Lì, in quel tuo virare verso una disarticolazione della sintassi (è la scelta lessicale, così limpida in te, a suggerirti per prima, tra le sillabe stesse, una deriva antifrastica?), ho intravisto (o forse solo frainteso) la volontà latente, confessa e non, di andare oltre la “bella scrittura”, che è per così dire il limite, e l’incantevole pregio, del tuo primo libro (… lo so, sono ingiusto, dimentico… dimentico “Vipsania Sol Minore”, lo squamarsi salmastro di quei lacerti marini, la pulsante metamorfosi perpetua che impregna i fecondi germogli viscosi delle tue schiuse parole porose. È il mare che le nutre, è il mare il loro segreto, e tu lo nascondi mostrandolo continuamente, perché solo così si nasconde il mare…). Forse lì, in quell’oltre, ti indirizzavi a una “cattiva scrittura” ancora più pura, selvatica, aspra, schietta, mistica, nuda… verace, come la tua terra, la Puglia garganica… e confusa, come il tenero frascame notturno delle tue folgorate chiome luminescenti… i tuoi capelli, nido di sogni giuturni… ecco: assumerli a modello, attenersi maniacalmente, filamento per filamento, al dettato fuggente del loro magico ordito…
        Poi, nel tempo, ho osservato quella tendenza assopirsi in te come nell’ambra serena d’una esitazione… una pausa, una tregua? O forse stai covando, cubando… o forse, ancora, ti sto solo chiedendo ragione, vanamente, delle tue oscillazioni interiori, la danza lenta, delicata, molle e rotonda delle tue stagioni…
        Chissà se le mie impressioni e i miei forse hanno colto qualcosa… io spero di sì :-)
        G.

      • Non potevo ricevere una contro-recensione più bella di questa, credo la più bella mai letta per cui ti ringrazio davvero tanto. In qualche modo mi stai guidando dentro le mie stesse viscere. La leggo e la rileggo per un bel po’

      • Sono davvero felice che la contro-recensione ti sia piaciuta. È come dici tu. Volevo scrivere per te, su di te, ma non da fuori, da dentro.
        Se dovessi salvare un solo ciuffo di quelle parole per dimenticare il resto, salverei quelle sui tuoi capelli, che per splendida coincidenza, sono lì, nella foto che ti ritrae. Per me è quello il modello vivente, irraggiungibile… e raggiunto. Da te. Proprio ora che leggi, abita la distrazione intorno ai tuoi occhi…
        G.

  1. Il poeta vede con occhi incantati. Ma per quanto translucida, la sua realtà origina sempre dal mondo esteriore. Allora una domanda: Lava distruttrice e roulotte sono percezioni interiorizzate di ciò che sta accadendo a Las Palmas, che hai fatto tue rendendone una chiave interiore?

  2. E’ impressionante la tua capacità di toccarci nelle corde più profonde. Ho letto e riletto una quantità di volte questa poesia, e ogni volta, ogni volta, prima mi fa venir voglia di piangere e poi di chiudere gli occhi e scivolare nel silenzio. Grazie, Rebecca, benedetta la tua voce.

  3. Ciao Rebecca, apprezzo molto la tua scrittura creativa.
    Grazie di aver messo ad un mio articolo il primo Mi Piace in assoluto; per me è stato come un battesimo! Buona vita.🙏☀️🌈🌍

  4. Pingback: ÉphémèreBy Rebecca lena – MasticadoresItalia // Editora: Ylenia Ely / Fundador de Masticadores: J re crivello·

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