Viscere e artefatti

rebecca lena photography

Qualcosa si fa loquace fra i gesti delle mie dita e quelle altrui che non vedo. Ma quei segni di parole insonorizzate altro non sono che ombre dei miei? O quegli arti che sostengono il peso fragilissimo dell’apparenza non appartengono davvero a me? 

Le funzioni segniche nelle pieghe delle mani sono estensione di un dialogo muto, sgomento dell’essere in vita, che non è triste, perché la tristezza altro non è che delusione di ciò che non è, e non è emotivo, perché le emozioni sono uno strato artefatto troppo superficiale; forse è fatto di malinconia, che è intervallo di incertezza a tratti meravigliata, o d’inquietudine, per la paura di aver perso tutto il Tempo possibile, e di angoscia, per le aspettative potenzialmente infrante di un Dio. 

Mi faccio eterea non per raccontare ciò che sono io, ma per spogliare ciò che di mio è in ognuno. Talvolta raggrinzito alla luce, squamato, altre volte molle e verecondo come un nocciolo inabissato dalla vergogna o dall’incapacità di sentire tutto ciò che è buio. La nudità non è motivo di orgoglio autocompiaciuto, ma è disperata separazione di ciò che è autentico da ciò che è posticcio. Meticolosa trama di viscere del bosco che, nell’oscurità incomprensibile, tiene insieme una montagna.

Tutto il resto è accessorio del tempo e col tempo esala. 



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35 risposte a “Viscere e artefatti

  1. La tristezza è l’emozione che consente di pensare, di meditare su quanto è accaduto e sta accadendo. E’ un toccasana, spesso.

    Complimenti anche per l’immagine: gli specchi fanno riflettere e in un certo qual modo alimentano la tristezza… o viceversa?

    • infatti bisognerebbe essere più tristi in questo senso, senza il rischio di apparire disperati.
      Lo specchio è solo una dimensione che apparentemente separa ma che in realtà unisce (e connette alla malinconia universale :D )

      • Già, la tristezza è decisamente diversa dalla disperazione, che non porta da nessuna parte, il più delle volte.

        Lo specchio è uno dei simboli più usati come tramite per collegare mondi diversi, quindi è affascinante per natura. Nel mio primo romanzo, quello incompiuto nel cassetto, era proprio quello a dividere e unire.

        Malinconia e nostalgia si sono ripetuti dall’alba mia giornata, sia come sensazioni, sia come concetti, ma domani li esorcizzo con un articolo nostalgicamente malinconico (o malinconicamente nostalgico?) :D

  2. Rebecca Rebecca,sei stata uno dei primi incontri incontri qui sul blog.Il tuo bel nome fluente bene con Lena.Poi non ti ho mai perso,ho cominciato bene,mia compagna di giochi,di scritture.Andavamo al parco insieme sin dalle prime battute,al pic nic.Durante questa quarentena il tuo soffice nome si incrociano bene al mio.Spero tu stia bene.Buona serata compagna di tutto.baci.

  3. Malinconia, tristezza, disperazione: concetti od anche “sensazioni”, queste, che possono avere origini e sorgenti diverse per ciascuno di noi. La malinconia, in me, nasce dal pensiero di ciò-che-non-è-più e che però in me ancora (inutilmente?) vive. Ripensare al “concluso”, a tutto ciò che più non è vivibile mi risulta ad un tempo dolce e malinconico; concordo sul fatto che la matrice della tristezza risieda nella “delusione”, delusione derivante dal fatto che ciò che appariva o “sembrava” in realtà non-è; la tristezza, quindi, per me, nasce dalla menzogna e dall’inganno, dalla millantata bellezza o dalla millantata intelligenza che, al di là della scorza visibile, poi, subito dopo, si rivelano invece vuote o, viceversa, piene di qualcosa che è priva di senso; piene di vuoto, quindi; la disperazione, invece, per me nasce dallo “scollamento”, dal sentirmi cioè del tutto o quasi separato e non-incluso nel mondo in cui vivo e, ancora più fortemente, nasce dalla consapevolezza (certezza?) dell’impossibilità che quel mondo che non-mi-include possa cambiare o che io, con altri come me, lo si possa cambiare. Esorcizzare tutto questo? Da parte mia no; mi sarebbe impossibile. Per me vorrebbe dire consegnare definitivamente all’oblio ciò che penso, ciò che provo, ciò che faccio. Preferisco, quindi, convivere con la mia malinconia, con la mia tristezza, con la mia disperazione. Stanno lì, davanti a me, e mi guardano. E, anche se a tanti potrà sembrare assurdo, mi fanno compagnia.

    • in fondo è una compagnia piacevole, soprattutto quella della malinconia, la percepisco quasi dolce, cullante, come una sospensione color rame, o arancio, ma ben lontana dalla gioia. La tristezza prude un po’, la disperazione dà proprio fastidio, punge ovunque e non ti lascia fermo un attimo.
      Anche l’oblio però potrei supporre piacevole, non inteso come dimenticanza ovviamente, ma come assenza di se stessi, svestizione dei propri strati turbolenti

  4. Grazie per aver visitato il nostro sito e letto il blog, mentre leggevo il tuo di oggi ho iniziato a sussurrarlo, non so se tu abbia avuto modo di sentire la mia voce nei nostri video su youtube, ma sento una vibrazione incredibile nei tuoi scritti e sento altresi voglia di leggerli per gli altri. Il commento sarà pubblico, non ho modo di contattarti in privato ma vorrei parlartene. Scrivimi se lo ritieni possibile.

  5. Non credi che quel discorso aperto con ognuno (e con ogni cosa) sotteso in tutte le parole, che qui emerge silenzioso, sia l’essenza della traducibilità a cui accennavamo l’altra volta?
    Il corpo, non distinto dall’io, crediamo troppo spesso sia sottoposto alla nostra astrusa volontà di controllarlo e ingabbiarlo in una forma precisa, ma lui, come ogni minima particella dell’universo, sfugge alla nostra pretesa razionalizzante e tende a figuracisi come un iperoggetto che ci invita alla piena identificazione, per offrirci un tantino di autentica esperienza che lasci da parte la dicotomia tra soggetto ed oggetto.

    Anche questa volta ho una domanda: perché la t maiuscola alla parola tempo?

    • E infatti mi sono ispirata a ciò che avevi scritto l’altra volta!
      Il corpo qui è usato come funzione di segni, infatti l’uso dello specchio vuole dare l’illusione dell’assenza della persona e presenza solo dei codici a cui fa riferimento, con la pretesa/ambizione che possano essere codici universali e non insulsi accessori appartenenti al periodo storico in cui vive.
      Quel Tempo ha la T ha maiuscola nel tentativo di evitare una lettura simile alla frase fatta “perdere tempo”, per porre maggiore riflessione su ciò che vuol dire perdere il tempo.

      • Mi fa gran piacere.
        La foto mi fa pensare alla liberazione del corpo, non come viene comunemente inteso, ma liberazione dal soggeto in quanto attore-marionettista. L’uso dello specchio, quindi, come autoriflessione dell’abbandono.

      • Felice di riuscire a sintonizzarmi.
        Però leggerti di sera prima di dormire è poco salutare come leggere Leopardi e Pavese. (Risatina in sottofondo).

  6. Le tue parole danzano a ritmo di respiro, fluidamente segnano il denso scorrere del sangue. Mi incarto quando scopro che le emozioni sono artefatto superficiale, quando ho sempre sentito nelle emozioni stratificazioni quasi geologiche dell’anima che sedimentano anche se come magma attendo movimenti improvvisi di placche per riemergere.

  7. Non mi addentro nel commentare lo scritto, troppo criptico per me. Ma mi soffermo sulla fotografia, che trovo straordinaria e forse, guardandola, riesco a capire meglio anche ciò che leggo. Complimenti

  8. Più sarai consapevole della tua vera natura, più sarai un disastro per questa società.

    Smetterai di essere in conflitto con la società, poiché non sarai più in conflitto con te stesso, ma diventerai un disadattato, un fallito completo, sotto tutti i punti di vista.
    Poiché tutto ciò che questo sistema elogia, come l’ambizione, la competizione, il desiderio di potere o la corsa al soddisfacimento di mediocri capricci non ti apparterranno.

    Ma sarai più sensibile, più intelligente, compassionevole, gioioso, estatico.
    Toccherai profondità che non immagini e che non potrai descrivere, e non sarà mai abbastanza.

    Sarai spinto ai margini sociali poiché tutto ciò che prima facevi per paura, dopo non sarà più possibile per te.
    E la maggior parte delle azioni sociali, se non quasi tutte, sono dettate dalla paura.

    Ti accuseranno di essere un sognatore, o un visionario, ma in realtà sarai sempre più radicato, più vicino alla terra, semplice.

    Perderai ogni potere, ma nessuno potrà avere su di te alcun potere.

    Perderai ogni reale interesse per questo sistema, perderai tutto, compreso te stesso.

    E questo sarà l’inizio, semplicemente l’inizio, di un lungo viaggio.
    Questa è l’iniziazione, il principio dell’interminabile viaggio verso la libertà.

    (Viran Bhan)
    Da Poeti Viandanti

  9. Ho apprezzato molto sia la tua riflessione sull’identità sia la foto; quest’ultima rende bene il senso delle tue parole. E questa pagina del tuo diario è capitata proprio mentre stavo guardando un film fatto di specchi e di riflessi di personalità… vorrei condividerlo con te per sapere cosa ne pensi e se può esserti di ispirazione 😊

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