Giuturna Malakos

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Esiste un posto, all’interno di un bosco molto fitto, è un’oasi incredibile, c’è sabbia, terra rossa, il cielo infinito come in mare aperto. È un luogo sospeso fra gli occhi dipinti sui tronchi dei faggi. Al centro di questa pozza satura di stupore, in una vasca di fango caldo, vive un corpo. Un corpo umano, molle e sporco. Giuturna Malakos ruota lentamente sopra i suoi piedi di melma. Così lenta la sua esistenza, il suo gravitare, che il solo battito del ciglio è una persiana interminabile che si chiude sopra il cosmo. Bianchissima apparirebbe la sua pelle senza il velo argento che le fa da involucro, crisalide, tela di ragno che i suoi seni produce. È una cosa morta, lei, e più viva del mondo stesso. Giuturna cosa molle, sospesa nel reale, il reale marcio, che è viscido, è rifiuto, è fanghiglia, è odore di fiume, è umido, è intenso, è incantevole. È molle, è umano. È malato, come Giuturna. Guarda come sbiadisce la patina d’aria intorno alla sua danza rotonda, ti attacca la pelle al suo sudore con aliti di limo evaporato; e guarda che colori! Le nuvole si sono squagliate sopra l’ultimo bagliore – fatuo? – del sole, già morto. Già morte le nuvole. Tutta la montagna è già morta, tutto il solco del fiume è già morto, e ovunque il frascame, e la condensa dell’anima. È proprio incantevole – e guasto – questo cadavere del mondo, come il piccolo pesce che tiene lei in mezzo al palmo, tenero e morbido, lievemente freddo, o fragile come il geco nato da una perla segreta, nascosta dietro al suo ventre, proprio nella palpebra sacra del suo ombelico; è nato mentre dormiva ancora, senza dir nulla, che delicatezza, miele nella gola la sua soffice ruvidezza, e la piccola vipera maculata? Quella che ha sfiorato col dito, con la pelle elastica e il filo di lingua che taglia l’aria, ipnotica vipera mia, e pur il moscondoro docile che se ne sta aggrappato alla sua scapola, così lucida la corazza, la peluria paglierina, gli arabeschi affilati sulle punte delle zampe; che meraviglia di soffi quelle antenne che tremano sul suo collo. Estasi di pellegrino. Terra nera nel cuore sgualcito di spore, euforia intima in fondo al nocciolo, è una cosa molle, tutto è molle dentro, sopra Giuturna, intorno a Giuturna, col suo corpo bianco che ruota, e il frascame umido che si erge a colonna, dalle sue labbra, verso il cosmo.

[Dedicato a me stessa]

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18 risposte a “Giuturna Malakos

  1. Bisogna leggerla ben due volte per poterla capire meglio …complicato questo pensiero di un corpo che muta nella sua reale è surreale cambiamento, tipico di un’esistenza mai avvenuta …che aleggia nell’aria e nel tempo.

  2. Direi che tu fai poesia, più che un racconto, o almeno come, tradizionalmente, lo si intende. Davvero straordinario il tuo incantare con le parole. Come hanno detto quelli che mi hanno preceduto nei commenti quel che scrivi incanta, destabilizza, porta dove tutto sembra magia. Rebecca, sei bravissima

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